Giorno: 29 gennaio 2010

Avvistamenti poetici (post di natàlia castaldi)

Immagine trovata in rete – autore Raddatz

Si consiglia la lettura delle poesie di Stefania Crozzoletti, oggi ospite di Francesco Marotta

presso “La dimora del tempo sospeso”

Buona lettura.

the meltin’po(e)t_s

Walt, dove sei?

Al Presidente del Consiglio e all’Italia che la pensa allo stesso modo.

Lascia

ciò che chiami Io

sospendersi nell’Altro

Ti sorprenderà

non riconoscere che

te.

L.B.

To a Stranger

Passing stranger! you do not know how longingly I look upon you,

You must be he I was seeking, or she I was seeking, (it comes to me as a dream),

I have somewhere surely lived a life of joy with you,

All is recall’d as we flit by each other, fluid, affectionate, chaste, matured,

You grew up with me, were a boy with me or a girl with me,

I ate with you and slept with you, your body has become not yours only nor left my body mine only,

You give me the pleasure of your eyes, face, flesh as we pass, you take of my beard, breast, hands, in return,

I am not to speak to you, I am to think of you when I sit alone or wake at night alone,

I am to wait, I do not doubt I am to meet you again,

I am to see to it that I do not lose you.

(Foglie d’Erba, Walt Withman, 1867)

*

A uno straniero

Straniero che vai! Tu non sai con quale desiderio io guardo a te,

Tu devi essere colui che stavo cercando, o colei che stavo cercando, (m’arriva come un sogno),

Ho sicuramente vissuto da qualche parte una vita di gioia con te,

Tutto ritorna quando ci passiamo vicini veloci, fluidi, affettuosi, casti, maturi,

Tu sei cresciuto con me, fosti fanciullo con me o giovinetta con me,

Io mangiai con te e dormii con te, il tuo corpo ha iniziato ad essere non solo il tuo né ha lasciato il mio corpo mio soltanto,

Mi offri il piacere dei tuoi occhi, della tua faccia, della tua carne, mentre ci attraversiamo, prendendoti la mia barba, il mio petto, le mie mani in cambio,

Non devo parlarti, devo pensarte a te quando siedo in solitudine o mi sveglio di notte tutto solo,

Devo aspettare, non dubito di doverti incontrare ancora,

Devo fare in modo di non perderti più.

(traduzione libera non richiesta)

attraversando jabès

Edmond, i libri passano in un attimo, sono bellezza brevemente, esistono parole leggere perché è il silenzio quel che pesa.

Ti chiederei di rimanere ma sono io che continuamente cerco riparo oltrepassandoti, perché adesso abbiamo chiamato il futuro domani per cercarci più in la o per portarci appresso il senza peso dei fogli nella tasca.

E’ da una necessità che ci si manca, dalla banalità della somiglianza.

Ogni interrogazione Edmond si sostiene con le parole che la trattengono, chiedere diventa la costante di un tempo che si fa più fragile per l’impossibilità di pensarsi più lungo, ed è sempre dalla nostra mediocrità che ci avviciniamo alle cose.

Me l’hai insegnato tu che immaginare è un’aggiungere impreciso.

In ogni pronuncia Ed fuggiamo dal volto, fuggiamo per difetto, perché così facendo ci illudiamo che l’esilio sia lo spazio del ritrovo.

Chi si dice senza radici ha già trovato il luogo delle sue parole, e ti ho sentito sostenere che luogo è uno degli altri nomi di Dio.

Credo sia nell’umiltà che non ci si debba sentire “ostaggi del silenzio”.

Credo Edmond che ogni gesto sia un testo all’infinito, ma io per ora del mio niente mi accontento, perché a volte sembra grande ogni piccolo in rivolta.

Mi accontento di un capriccio alleggerito, di una porta con la scritta uscita.

Alessandro Assiri

Mark Strand: la metafisica dell’assenza – due poesie (post di natàlia castaldi)

Mark Strand
Mark Strand

Moon,  Mark Strand

Open the book of evening to the page
where the moon, always the moon appears

between two clouds, moving so slowly that hours
will seem to have passed before you reach the next page

where the moon, now brighter, lowers a path
to lead you away from what you have known

into those places where what you had wished for happens,
its lone syllable like a sentence poised

at the edge of sense, waiting for you to say its name
once more as you lift your eyes from the page

close the book, still feeling what it was like
to dwell in that light, that sudden paradise of sound.

*

Luna

Apri il libro della sera alla pagina
in cui la luna, sempre la luna, ancora appare

lì tra due nuvole, muovendosi piano, così piano che sembrerà
siano trascorse ore prima che possa voltare alla pagina seguente

lì dove la luna, più luminosa ora, fa approdare un sentiero
che ti conduca via da ciò che hai appreso

dentro i luoghi in cui tutto quello che avevi sperato si avvera,
la sua sillaba solitaria come un bisbiglio penzoloni

al margine del senso, ad aspettare che sia tu a pronunziarne il nome
ancora una volta staccando lo sguardo dalla pagina

chiudendo il libro, ancora sentendolo così com’era
quel sospendersi nella sua luce, quell’inatteso paradiso del suono.

*

Eating Poetry, Mark Strand

Ink runs from the corners of my mouth.
There is no happiness like mine.
I have been eating poetry.

The librarian does not believe what she sees.
Her eyes are sad
and she walks with her hands in her dress.

The poems are gone.
The light is dim.
The dogs are on the basement stairs and coming up.

Their eyeballs roll,
their blond legs burn like brush.
The poor librarian begins to stamp her feet and weep.

She does not understand.
When I get on my knees and lick her hand,
she screams.

I am a new man.
I snarl at her and bark.
I romp with joy in the bookish dark.

*

Mangiare poesia

Cola inchiostro dagli angoli della mia bocca.
Non c’è felicità pari alla mia.
Ho mangiato poesia.

La bibliotecaria non crede ai suoi occhi.
Ha gli occhi tristi
e cammina con le mani chiuse nel vestito.

Le poesie sono scomparse.
La luce è fioca.
I cani sono sulle scale dello scantinato, stanno salendo.

Gli occhi ruotano le orbite,
le zampe chiare bruciano come stoppia.
La povera bibliotecaria comincia a battere i piedi e a piangere.

Non capisce.
Quando mi inginocchio e le lecco la mano,
urla.

Sono un uomo nuovo.
Le ringhio, abbaio.
Scodinzolo di gioia nel buio libresco.

*

Trad. natàlia castaldi, 2009

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 Mark Strand e la metafisica dell’assenza

Mark Strand nasce nel 1934 a Summerside, nella Prince Edward Island in Canada, ma cresce negli Stati Uniti ed attualmente vive a New York. Il suo modo di fare poesia è abbattimento di regole e catene della tradizione lirica, la sua poesia si fonde alla prosa senza perdere il piacere della pausa, del respiro, del ritmo intrinseco alla narrazione stessa. La poetica di Strand penetra il pensiero tuffandolo e vestendolo di sogno e realtà, come un entrare ed uscire da un tunnel, come un meditare aprendo e chiudendo gli occhi …: verità e fantasia si fanno esperienza sensibile che si fonde al vissuto, cui egli dà le sue risposte attraverso i versi che assumono forme nuove, quasi un elenco di “pensierini” a volte, apparentemente semplici come innocue gocce d’acqua, che alla fine dell’intera lettura lasciano il segno sulle labbra come il tocco dell’acqua sulla nuda pietra.

Della semplicità si può fare arte complessa, quasi irraggiungibile: la perfezione della linea retta che si ricurva inseguendo dolcemente il suo percorso per poi puntualmente tornare diritta al punto di partenza. Una poetica delle domande, mi verrebbe da dire, in cui Strand si risponde scrutandosi, sempre interrogandosi sull’idea delle cose reali. Ne risultano risposte a volte apparentemente spezzate che racchiudono in sé il senso di un pensiero vasto e profondo che sembra non raggiungere mai se stesso, mai, fino a divenire anch’esso nuovo interrogativo, nuova ricerca, nuova meditazione, altra/alta poesia. Il senso dell’assenza come presenza piena, quasi metafisica, la descrizione della quotidianità che scorre nel tempo, nei giorni, uguale a se stessa, permea di un senso di tristezza versi che si arricchiscono di immagini potenti ed evocative senza risultarne appesantiti nella loro logica fluidità.

 “fissare il nulla è imparare a memoria
quello in cui noi tutti verremo spazzati”

Un’attesa graffiante della morte, descritta con la nudità e la crudezza dell’esorcizzazione di chi la fissa dritta negli occhi con atteggiamento coraggioso e disilluso, aspettando senza fretta, gelidamente quasi, la propria fine. Di sé Strand dice di raccontare sempre la stessa «vecchia storia», quella «sui minuti che muoiono e le ore, e gli anni», la storia «di me stesso, di te, di tutti».

 natàlia castaldi

Fernanda Romagnoli (1916-1986)

“[…] credo che Fernanda sia stata schiantata dalla sua dolorosa capacità di gioia in una vita povera di eventi esteriori ma agitata da grandi tempeste interne, che poco o niente dovettero apparire all’esterno, se non nella mediazione dei versi […]”

(Donatella Bisutti, IntroduzioneIl tredicesimo invitato di Fernanda Romagnoli, Libri Scheiwiller, 2003).

 

IL TREDICESIMO INVITATO

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se alcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito «Sto per piangere!»
E all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.

*

FALSA IDENTITÀ

Prima o dopo qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. È di donna straniera
la faccia tra i capelli in giù sporta
che subito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. Qualcuno
prima o dopo lo scopre. Ma intanto…
Lei a proclamarsi non esita,
lei mostra il mio biglietto da visita.
Io nel buio, in catene, a un palmo
da voi di distanza, sul muro
graffio questa riga contorta:
testimonianza che mio
era il nome alla porta, ma il corpo
non ero io.

*

CONIUGALE

E affacciati guardano fluttuare
questa frangia di sera sui palazzi,
che di sprazzi vermigli ci colora –
polene di balcone
fianco a fianco per vizio coniugale:
che cosa, strenuamente,
resiste in noi – che cosa, più reale
di quello che tentammo
o che insieme sbagliammo dall’inizio,
sale dal fondo e annaspa nella mente
per attestare che è vera, che esiste,
ch’è nostra – come un figlio anche malvagio
è nostro – come la vita, anche se sanguina
chinandosi come quest’aria di mezza sera?

*

RAGAZZA

Che vuoi da me, ritratto, ardente viso,
pupilla come l’ape del mattino,
guancia che sottilmente sulla tempia
sfuma in sorriso? Mi torturi invano
col tuo splendore. Nulla che si compia
rimane intatto: a renderti divino
era l’attesa. E questo volto umano
che m’affronta ogni sera allo specchio,
ogni sera più nudo, prosciugato
sulle crepe dell’anima: io l’accetto.
Dunque perché il tuo palpito mi strazia?
Che vuoi da me, ritratto
di quand’ero ragazza?

*

TU SAPESSI

Tu, che senza sospetto mi sei amico,
non osare cercarmi. Tu sapessi.
Quest’amore che s’apre a tradimento
dentro di me – questo coltello a scatto,
affilato in cantine d’insonnia
e di vergogna, sepolto nel cuscino
a tormento dei sogni – cerca te.
M’inebrio al colpo che t’assalirebbe
all’altezza dell’anima. M’inebria
pensare come il volto
ti si farebbe pallido, e smarrita
l’onestà dello sguardo.
Chiaro sguardo – offuscato.
Animo – morsicato. Per mia colpa.
Tua Eva, divenuta, tuo serpente –
io – battezzata!

*

PUGNALE

Lancinante, presente alla coscienza,
all’unisono col risveglio,
in anticipo sulle ciglia,
fra costa e costa è qui:
mia piaga, mio tormento, mio pugnale.
Come respirerò. Come potrò
vestirmi, camminare.
Decidere che voglio e che non voglio.
M’aggrappo alla mia gruccia di pazienza.
Penso che il mio dolore a poco a poco
pungerà meno (e questo anche fa male,
ché con lui tutto il resto avrò perduto).
Penso: «Di ieri batte già più fioco:
nulla d’umano eternamente dura».
Poi di soppiatto s’alza la memoria
vibra una proditoria
botta all’impugnatura.

*

Fernanda Romagnoli, Il tredicesimo invitato e altre poesie, Libri Scheiwiller, 2003