Giorno: 24 gennaio 2010

Il vino triste (Cesare Pavese)

La fatica è sedersi senza farsi notare.
Tutto il resto poi viene da sé.Tre sorsate
e ritorna la voglia di pensarci da solo.
Si spalanca uno sfondo di lontani ronzii,
ogni cosa si sperde, e diventa un miracolo
esser nato e guardare il bicchiere. Il lavoro
(l’uomo solo non può non pensare al lavoro)
ridiventa l’antico destino… che è bello soffrire
per poterci pensare. Poi gli occhi si fissano
a mezz’aria, dolenti, come fossero ciechi.
Se quest’uomo si rialza e va a casa a dormire,
pare un cieco che ha perso la strada. Chiunque
può sbucare da un angolo e pestarlo di colpi.
Può sbucare una donna e distendersi in strada,
bella e giovane, sotto un altr’uomo, gemendo
come un tempo una donna gemeva con lui.
Ma quest’uomo non vede. Va a casa a dormire
e la vita non è che un ronzio di silenzio.
A spogliarlo, quest’uomo, si trovano membra sfinite
e del pelo brutale, qua e là. Chi direbbe
che in quest’uomo trascorrono tiepide vene
dove un tempo la vita bruciava? Nessuno
crederebbe che un tempo una donna abbia fatto carezze
su quel corpo e baciato quel corpo, che trema,
e bagnato di lacrime, adesso che l’uomo
giunto a casa a dormire, non riesce, ma geme.

Il tempo delle fragole

è questo il tempo delle fragole
d’ombre cupe a saccheggiarti di parole
di vimini intrecciati come lingue accese
di fianchi umidi e danze acerbe

voragini di seta
di fiati uninsoni
calde parole
infilate fra le ciglia

e quando il tramonto si fa largo
con la bocca piena di stelle
tu mi accarezzi il ventre
ed io nuda
mi preparo alla pioggia battente
che la notte s’affanna a dirmi

mentre in burrasca
tu mi fai di rose

  

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