Giorno: 20 gennaio 2010

Vita, morte e (quali?) miracoli

La deriva è il mio focolare

La deriva è il mio focolare.

Su ogni grembo si posa una tomba

che gonfia il ventre trasudante di vita

e spinge fuori il corpo mortale

che nulla può

contro la gravità e il suo destino.

*

Ti battezzo nel nome della vita

Sul mio capo che pende assonnato

s’affaccia

(come fosse da un pozzo)

il Ministro Mortale.

Pende dal labbro

la linfa fetale che uccise

e i seni delle madri marcisce

con latte gravido.

Viene dal monte dove

da sempre si dorme,

insinuando il passo tra i corpi

distesi che all’incedere

fanno il rumore di tappeto

d’ossa che s’infrangono

e foglie secche.

*

Considerazioni

Hai mai considerato la possibilità che tutto

sia solo un lento trascorrere?

Il Lento Trascorrere.

La meta ha sposato la fine

l’obiettivo caduto ha baciato la terra

il principio inaugura il declino.

Vita: accidentale deviazione

dal Nulla. Tutto il resto

è oblio, illusione e sogno

interrotti da inattesi sprazzi

di ordinaria lucidità.

Questa è l’era del viaggio,

dove tutto è un lento trascorrere,

dove inizio e fine

sono lettere e suoni

e il tempo diluisce i significati.

Dove tutto diventa

miscuglio, amalgama

denso e accogliente,

placenta ancestrale.

E si vedono passare le cose

e le persone si vedono passare.

E si vede passare anche noi

in fila, riflessi nell’enorme

specchio del divenire

inutili riverberi del Nulla

che per un attimo esiste.

Ti invito al viaggio,

dove il nascere e il morire sono

i soli momenti concretamente reali,

dove tutto è solo un lento trascorrere.

Dove il tempo è uno sperma che ci violenta

e ci lascia gravidi della nostra morte.

Ora dormi, dormi (James Joyce)


Ora dormi, dormi,
Cuore inquieto!
La voce che grida “Ora dormi”
La sento nel cuore.
La voce dell’inverno
S’ode alla porta.
Oh, dormi, che l’inverno
Grida “Più non dormire!”
Ora il mio bacio darà
Quiete e riposo al tuo cuore
Ora dormi, dormi in pace,
Cuore inquieto!
 

Stephen Dobyns – A tutto volume

Stephen Dobyns (1941- ) ha attraversato quasi tutti i generi di scrittura: dalla saggistica al thriller, dal giornalismo alla poesia. Il fantastico – talvolta orrorifico, il ridicolo e l’assurdo veicolano insolite riflessioni sulla vita, metafore centrifughe dei sentimenti umani, allegoria postmoderna della poesia stessa o di ciò che oggi, della poesia, rimane. E Stephen Dobyns è una pietra miliare nella poesia americana degli ultimi trent’anni.

Stephen Dobyns

Stephen Dobyns

 

Da “Cemetery Nights” (1987):
 

Loud Music

My stepdaughter and I circle round and round.
You see, I like the music loud, the speakers
throbbing, jam-packing the room with sound whether
Bach or rock and roll, the volume cranked up so
each bass notes is like a hand smacking the gut.
But my stepdaughter disagrees. She is four
and likes the music decorous, pitched below
her own voice-that tenuous projection of self.
With music blasting, she feels she disappears,
is lost within the blare, which in fact I like.
But at four what she wants is self-location
and uses her voice as a porpoise uses
its sonar: to find herself in all this space.
If she had a sort of box with a peephole
and looked inside, what she’d like to see would be
herself standing there in her red pants, jacket,
yellow plastic lunch box: a proper subject
for serious study. But me, if I raised
the same box to my eye, I would wish to find
the ocean on one of those days when wind
and thick cloud make the water gray and restless
as if some creature brooded underneath,
a rocky coast with a road along the shore
where someone like me was walking and has gone.
Loud music does this, it wipes out the ego,
leaving turbulent water and winding road,
a landscape stripped of people and language-
how clear the air becomes, how sharp the colors.

 
A tutto volume

Io e la mia figliastra giriamo a vuoto.
Vedi, a me piace la musica a tutto volume, le casse
che pulsano, riempire tutto lo spazio non importa che sia
Bach o rock and roll, il volume a palla così
che ogni nota di basso è un pugno dritto nello stomaco.
Eppure la mia figliastra non è d’accordo.  Ha quattro anni
e a lei piace la musica ad un volume decoroso, al di sotto
della sua stessa voce – debole proiezione di sé.
Quando la musica è assordante teme a volte di sparire,
si sente persa in quel frastuono che, anzi, a me piace.
Ma a quattro anni ciò che vuole è l’auto-localizzazione
e usa la voce come una focena usa
il suo sonar: per ritrovarsi in tutto questo spazio.
Se avesse una specie di scatola con uno spioncino
e guardasse dentro, ciò che vedrebbe sarebbe
se stessa in piedi, coi pantaloni rossi, un giubbino,
il cestino del pranzo in plastica gialla: potrebbe essere oggetto
di studio. Ma io, se sollevassi
la stessa scatola per guardarci dentro, vorrei trovarci
l’oceano uno di quei giorni in cui il vento
e le nuvole spesse fanno l’acqua grigia e agitata
come se una qualche creatura rimuginasse lì sotto,
una costa rocciosa e una strada lungo la riva
dove uno come me stava passeggiando e adesso se n’è andato.
Questo fa la musica a tutto volume, spazza via l’ego,
lasciando mare mosso e strade ventose,
un paesaggio privato della gente e del linguaggio –
come diventa chiara l’aria, vivi i colori.
 

 

Da “Velocities: New and Selected Poems, 1966-1992” (1994):
 

Can Poetry Matter?   

Heart feels the time has come to compose lyric poetry.
No more storytelling for him. Oh, Moon, Heart writes,
sad wafer of the heart’s distress. And then: Oh, Moon,
bright cracker of the heart’s pleasure. Which is it,
is the moon happy or sad, cracker or wafer? He looks
from the window but the night is overcast. Oh, Cloud,
he writes, moody veil of the Moon’s distress. And then,
Oh, Cloud, sweet scarf of the Moon’s repose. Once more
Heart asks, Are clouds kindly or a bother, is the moon sad
or at rest? He calls scientists who tell him that the moon
is a dead piece of rock. He calls astrologers. One says
the moon means water. Another that it signifies oblivion.
The girl next door says the Moon means love. The nut
up the block says it proves that Satan has us under his thumb.
Heart goes back to his notebooks. Oh, Moon, he writes,
confusing orb meaning one thing or another. Heart feels
that his words lack conviction. Then he hits on a solution.
Oh, Moon, immense hyena of introverted motorboat.
Oh, Moon, upside down lamp post of barbershop quartet.
Heart takes his lines to a critic who tells him that the poet
is recounting a time as a toddler when he saw his father
kissing the baby-sitter at the family’s cottage on a lake.
Obviously, the poem explains the poet’s fear of water.
Heart is ecstatic. He rushes home to continue writing.
Oh, Cloud, raccoon cadaver of colored crayon, angel spittle
recast as foggy euphoria. Heart is swept up by the passion
of composition. Freed from the responsibility of content,
no nuance of nonsense can be denied him. Soon his poems
appear everywhere, while the critic writes essays elucidating
Heart’s meaning. Jointly they form a sausage factory of poetry:
Heart supplying the pig snouts and rectal tissue of language
which the critic encloses in a thin membrane of explication.
Lyric poetry means teamwork, thinks Heart: a hog farm,
corn field, and two old dobbins pulling a buckboard of song.
 

A chi importa la poesia?

Il cuore sente che è arrivato il momento di scrivere poesia lirica.
Basta raccontarci storie. Oh Luna, Cuore scrive,
ostia triste dell’angoscia del mio cuore. E poi: Oh Luna,
cracker radioso del piacere del cuore.  E allora
la luna è felice o triste, un cracker o un’ostia? Guarda
dalla finestra ma il cielo è coperto. Oh, Nuvola,
scrive, lunatico velo dell’angoscia della Luna. E poi,
Oh Luna, dolce sciarpa del riposo della Luna. Ancora una volta
il Cuore domanda, le nuvole sono benevole o sono una noia, la luna è triste
oppure riposa? Chiede agli scienziati che gli dicono che la luna
è una pietra morta. Interroga gli astrologi. Uno dice
la luna vuol dire acqua. Un altro: significa oblio.
La ragazza della porta accanto dice che la Luna significa amore. Il pazzo
sul tetto dice che è la prova che Satana ci tiene in pugno.
Il Cuore ritorna al taccuino. Oh Luna, scrive,
sfera confusa che significa questo o quell’altro. Il Cuore sente
che non c’è convinzione nelle sue parole. Giunge infine a una soluzione.
Oh, Luna, immensa iena d’introverso motoscafo.
Oh, Luna, lampione sottosopra d’un quartetto di barbieri.
Il Cuore porta i suoi versi a un critico che gli dice che il poeta
sta raccontando di quella volta in cui, da piccolo, ha visto suo padre
baciare la baby-sitter nella casa al lago.
È ovvio che la poesia spiega la sua paura dell’acqua.
Il cuore è in estasi. Si precipita a casa per continuare a scrivere.
Oh, Nuvola, cadavere di procione di matita colorata, saliva d’angelo
rimodellata in euforia nebbiosa. Il cuore è preso dalla passione
della composizione. Liberato dalla responsabilità del contenuto,
nessuna sfumatura di nonsense può più essergli negata. Presto le sue poesie
appaiono dappertutto, mentre il critico scrive saggi per chiarire
ciò che il Cuore intende. Formano insieme un salumificio della poesia:
Il Cuore mette a disposizione i grugni di maiale e il tessuto rettale del linguaggio
che il critico imbudella in una sottile membrana di spiegazione.
Poesia lirica vuol dire lavoro di squadra, pensa il Cuore: un allevamento di maiali,
un campo di granturco, e due vecchi cavalli da tiro che trascinano un carro di canzoni.
 

 

 

It’s Like This

for Peter Parrish

Each morning the man rises from bed because the invisible
      cord leading from his neck to someplace in the dark,
      the cord that makes him always dissatisfied,
      has been wound tighter and tighter until he wakes.

He greets his family, looking for himself in their eyes,
      but instead he sees shorter or taller men, men with
      different degrees of anger or love, the kind of men
      that people who hardly know him often mistake
      for him, leaving a movie or running to catch a bus.

He has a job that he goes to. It could be at a bank
      or a library or turning a piece of flat land
      into a ditch. All day something that refuses to
      show itself hovers at the corner of his eye,
      like a name he is trying to remember, like
      expecting a touch on the shoulder, as if someone
      were about to embrace him, a woman in a blue dress
      whom he has never met, would never meet again.
      And it seems the purpose of each day’s labor
      is simply to bring this mystery to focus. He can
      almost describe it, as if it were a figure at the edge
      of a burning field with smoke swirling around it
      like white curtains shot full of wind and light.

When he returns home, he studies the eyes of his family to see
      what person he should be that evening. He wants to say:
      All day I have been listening, all day I have felt
      I stood on the brink of something amazing.
      But he says nothing, and his family walks around him
      as if he were a stick leaning against a wall.

Late in the evening the cord around his neck draws him to bed.
      He is consoled by the coolness of sheets, pressure
      of blankets. He turns to the wall, and as water
      drains from a sink so his daily mind slips from him.
      Then sleep rises before him like a woman in a blue dress,
      and darkness puts its arms around him, embracing him.
      Be true to me, it says, each night you belong to me more,
      until at last I lift you up and wrap you within me.

 
È così

per Peter Parrish

Ogni mattina l’uomo si alza dal letto perchè l’invisibile
      corda che dal suo collo porta da qualche parte nel buio,
      la corda che sempre fa di lui un insoddisfatto,
      era stata tirata via via più stretta, finché si sveglia.

Saluta la sua famiglia, cercandosi nei loro occhi,
      ma invece vede uomini più bassi o più alti, uomini con
      diverse gradazioni di rabbia o di amore, il genere di uomini
      che la gente, che lo conosce appena, non di rado scambia
      per lui, quando esce da un cinema o corre a prendere l’autobus.

Ha un lavoro e ci va. Potrebbe essere in banca
      o in una biblioteca o a scavare un fosso
      in un pezzo di pianura. Tutto il giorno qualcosa che si rifiuta
      di mostrarsi indugia all’angolo del suo occhio,
      come un nome che sta cercando di ricordare, come
      l’attesa d’una mano sulla spalla, come se qualcuno
      stesse quasi per abbracciarlo, una donna in abito blu
      che non ha mai incontrato, nè più rincontrerebbe.
      E sembra che il buon proposito d’ogni giorno di lavoro
      sia semplicemente quello di concentrarsi sul mistero. Riesce
      quasi a descriverlo, come se fosse una figura al confine
      d’un campo bruciato con il fumo che si allarga attorno
      come tende bianche che sbattono, piene di vento e di luce.

Quando ritorna a casa, studia gli occhi dei suoi familiari per vedere
      che persona sarebbe stata quella sera. Vuol dire:
      per tutta la giornata sono stato ad ascoltare, tutta la giornata ho provato la sensazione
      di stare in piedi sull’orlo di qualcosa di incredibile.
      Eppure non dice niente, e la sua famiglia gli gira intorno
      come se fosse un bastone appoggiato al muro.

A tarda sera, la corda legata attorno al collo lo trascina al letto.
      Lo consola il fresco delle lenzuola, il peso
      delle coperte. Si volta dalla parte del muro e proprio come l‘acqua
      che se ne va dal lavandino, così la sua mente quotidiana gli scivola via.
      Poi il sonno si alza prima di lui come una donna in abito blu,
      e l’oscurità gli mette le mani attorno al collo, lo abbraccia.
      Sii sincero con me, gli dice, ogni notte mi appartieni sempre di più
      finché alla fine ti tiro su e ti avvolgo dentro di me.
 

 

Spite

I steal your mailbox, leave
gum on your sidewalk. I
seduce your sister, ignore your wife.
I tear one page from each of your books.
I convince you that I am your friend.

*

When people ask about you,
I shake my head. When they
tell about you, I nod.

*

Today, I hang myself
from a greased flagpole
outside your picture window.
Yesterday, I stole your curtains.

 
Dispetto

Ti rubo la posta, lascio
una gomma sul tuo marciapiede, io
seduco tua sorella, lascio perdere tua moglie.
Strappo una pagina da ciascuno dei tuoi libri.
Ti metto in testa che sono tuo amico.

*

Quando mi chiedono di te,
scuoto la testa. E quando
mi parlano di te, annuisco.

*

Oggi, mi appendo
come una bandiera da un’asta cosparsa di grasso,
fuori dalla tua finestra panoramica.
Ieri, ti ho rubato le tende.
 

How to Like It

These are the first days of fall. The wind
at evening smells of roads still to be traveled,
while the sound of leaves blowing across the lawns
is like an unsettled feeling in the blood,
the desire to get in a car and just keep driving.
A man and a dog descend their front steps.
The dog says, Let’s go downtown and get crazy drunk.
Let’s tip over all the trash cans we can find.
This is how dogs deal with the prospect of change.
But in his sense of the season, the man is struck
by the oppressiveness of his past, how his memories
which were shifting and fluid have grown more solid
until it seems he can see remembered faces
caught up among the dark places in the trees.
The dog says, Let’s pick up some girls and just
rip off their clothes. Let’s dig holes everywhere.
Above his house, the man notices wisps of cloud
crossing the face of the moon. Like in a movie,
he says to himself, a movie about a person
leaving on a journey. He looks down the street
to the hills outside of town and finds the cut
where the road heads north. He thinks of driving
on that road and the dusty smell of the car
heater, which hasn’t been used since last winter.
The dog says, Let’s go down to the diner and sniff
people’s legs. Let’s stuff ourselves on burgers.
In the man’s mind, the road is empty and dark.
Pine trees press down to the edge of the shoulder,
where the eyes of animals, fixed in his headlights,
shine like small cautions against the night.
Sometimes a passing truck makes his whole car shake.
The dog says, Let’s go to sleep. Let’s lie down
by the fire and put our tails over our noses.
But the man wants to drive all night, crossing
one state line after another, and never stop
until the sun creeps into his rearview mirror.
Then he’ll pull over and rest awhile before
starting again, and at dusk he’ll crest a hill
and there, filling a valley, will be the lights
of a city entirely new to him.
But the dog says, Let’s just go back inside.
Let’s not do anything tonight. So they
walk back up the sidewalk to the front steps.
How is it possible to want so many things
and still want nothing? The man wants to sleep
and wants to hit his head again and again
against a wall. Why is it all so difficult?
But the dog says, Let’s go make a sandwich.
Let’s make the tallest sandwich anyone’s ever seen.
And that’s what they do and that’s where the man’s
wife finds him, staring into the refrigerator
as if into the place where the answers are kept—
the ones telling why you get up in the morning
and how it is possible to sleep at night,
answers to what comes next and how to like it.

 
Come farselo piacere

Questi sono i primi giorni d’autunno.  Il vento
la sera odora di strade da percorrere
e il suono delle foglie spazzate via dai prati
somiglia a una sensazione indescrivibile nel sangue,
il desiderio di salire su una macchina e continuare a guidare.
Un uomo e un cane scendono le scale dell’ingresso.
Il cane dice, Andiamo in città a ubriacarci come pazzi.
Rivoltiamo tutti i cassonetti che troviamo.
Questa è la maniera in cui i cani approcciano la prospettiva del cambiamento.
Ma nel suo senso per la stagione, l’uomo è afflitto
dall’oppressione del passato, dal modo in cui i suoi ricordi
che erano fluidi e mutevoli si sono andati coagulando
fino al punto di credere di poter sorprendere i volti ricordati
spuntare dagli angoli più bui degli alberi.
Il cane dice, Carichiamo un paio di ragazze e
spogliamole. Scaviamo buche dappertutto.
Sopra la sua casa, l’uomo nota ciocche di nuvole
che ricadono sul viso della luna. Come in un film,
dice tra sé e sé, un film su una persona
che parte per un viaggio. Guarda dall’alto in basso la strada
fino alle colline fuori città e trova il taglio
oltre il quale la strada punta a nord. Pensa di guidare
su quella strada, pensa all’odore di polvere
del riscaldamento che non si accende dall’inverno scorso.
Il cane dice, Andiamo a tavola e annusiamo
le gambe della gente. Ingozziamoci di hamburger.
Nella testa dell’uomo, la strada è vuota e buia.
I pini spingono sull’orlo della strada,
dove gli occhi degli animali, fissi sui fanali,
brillano come piccoli avvertimenti per la notte.
Talvolta un camion che lo sorpassa, scrolla l’intera automobile.
Il cane dice, Andiamo a dormire. Accucciamoci
accanto al fuoco e mettiamoci la coda sotto il naso.
Ma l’uomo vuole guidare tutta la notte, attraversare
il confine di uno stato dopo l’ altro, e non fermarsi mai
finchè il sole non spunta dallo specchietto retrovisore.
Allora accosterà e riposerà un po’ prima
di ripartire e al crepuscolo giungerà in cima a una collina
e lì, ci saranno le luci di una città completamente nuova
per lui, a riempire la valle.
Ma il cane dice, Torniamo dentro.
Non facciamo niente di niente stasera. Così
tornano su per il marciapiede ai gradini all’ingresso.
Com’è possibile volere così tante cose
e comunque non volere nulla? L’uomo vuole dormire
e vuole spaccarsi la testa ancora e ancora
contro un muro. Perché è tutto così difficile?
Ma il cane dice, andiamo a farci un sandwich.
Prepariamo il sandwich più alto che si sia mai visto.
Ed è quello che fanno ed è dove la moglie
l’ha trovato, a guardare dentro il frigo
come se fosse quello il posto in cui si tengono le risposte –
quelle che spiegano perché ti alzi presto al mattino
e com’è possibile restare a dormire la notte,
risposte a cosa riserverà il futuro e a come farselo piacere.

 

Da “Mystery, So Long” (2005):

 

 

An artist like any other

Let’s say a fellow has a little trick-
he can take a rock, toss it about ten feet,

then take another, toss it so it lands on top,
then take a third and toss it on top of that

so all three make a little tower. Each rock
is about the size of a child’s fist, Any bigger

or any farther or if he tries a fourth, then
it doesn’t work. People are impressed,

but how many times can you watch a guy
do a trick like that? Shortly they wander off.

Children last a little longer. The man’s wife
asks to see it once a week just to be nice.

His kids say, Give it a break, Dad. Three
rocks twirling through the air and landing

perfectly, time after time. He never misses.
The man feels proud. He’d do it all day long

If anyone cared. But even the dog nods off.
Let’s say this is some vestigial blip, like that

occasional tail that nurses snip off newborns.
Once his ancestors tossed huge boulders, built

pyramids, even Stonehenge. You wanted
something really big transported? This was

the guy to do it. How  many of these leftovers
do we have left? Cave painters shrunk into

tattoo artists, epic poets whose last sparks ignite
greeting-card verse. Just as some day novelists

might morph into the guys who make up menus
for greasy spoons. Today a man flip a stone,

then two more. Presto. See how they join to form
a miniature defiance of the world’s natural laws.

A trifling metaphor for the enigmatic? No doubt
about it, the fellow’s an artist like any other.

The neighbor’s addlepated five-year-old slaps
his head in wonder. At least the first time.

 
Un artista come un altro

Supponiamo che un tale conosca un piccolo trucco-
sa lanciare un sasso, lanciarlo lontano più o meno dieci piedi,

ne prende un altro, e lo lancia in modo che atterri sul primo
e poi ne prende un terzo e lo lancia sopra il precedente

così che tutti e tre fanno una piccolo torre. Ogni sasso
ha più o meno la dimensione del pugno di un bambino. Se più grande

o più lontano o se cerca di lanciarne un quarto
non funziona. La gente rimane impressionata,

ma quante volte puoi stare a guardare un ragazzo
che fa un numero del genere? Dopo un po’ si allontanano.

I bambini resistono un po’ di più. La moglie
gli chiede di vederlo una volta a settimana, così, tanto per essere carina.

I figli gli dicono, Dacci un taglio, Papà. Tre
pietre che volteggiano nell’aria e atterrano

pefettamente, più volte, ripetutamente. Non sbaglia un colpo.
Ne è orgoglioso. Lo farebbe tutto il giorno.

Se importasse a qualcuno. Ma anche il cane si appisola.
Supponiamo che questo sia un qualche difetto vestigiale, come quella

rarissima coda che le infermiere tagliano via a certi neonati.
Un tempo i suoi antenati lanciavano enormi macigni, costruivano

le piramidi, persino Stonehenge. Volevi
trasportare qualcosa di veramente grosso? Era

il ragazzo a farlo. Quanti di questi resti
abbiamo lasciato? Pittori di caverne ridotti a

tatuatori, poeti epici le cui ultime scintille accendono
versi sulle cartoline di auguri. Proprio come certi romanzieri del giorno

potrebbero trasformarsi nei ragazzi che scrivono i menu
per una di quelle bettole. Oggi un uomo lancia una pietra,

e poi altre due. Presto. Vedi come si mettono insieme per formare
una piccola sfida alle leggi naturali del mondo.

Un’insignificante metafora per l’enigmatico? Non c’è dubbio
su questo, il tipo è un artista come un altro.

Il figlio ritardato del vicino ha cinque anni e si dà pugni
in testa per lo stupore. Almeno la prima volta.

(Traduzioni di Giovanni Catalano)

Dal bacio alla morte – viaggio attraverso un quadro (post di natàlia castaldi)

È il primo bacio, quel magico contatto di labbra a dare le risposte all’attesa amorosa: un gesto semplice, carico d’aspettative, denso di delizie, ma anche naturale, arcano, intimamente istintivo … le labbra si sfiorano, assaporano la pelle dell’amato/a parlano e rispondono al mistero della passione, della fame e dell’amore.

Freud diceva che “il bacio è, per animali ed esseri umani, portatore di cibo: se non baciamo chi amiamo, a livello simbolico gli togliamo un nutrimento fondamentale, il nutrimento dell’anima”. Secondo la sua teoria impariamo l’arte del bacio appena nati, al primo contatto col seno materno, alla prima suzione, e quest’arte si affina, si arricchisce nell’esperienza del nutrimento. Per quanto poco poetico possa apparire, anche gli uomini svezzavano i loro cuccioli nutrendoli attraverso il contatto delle loro bocche. Quando non esistevano pappette preconfezionate, omogeneizzati e liofilizzati, le mamme svezzavano i pargoli passando loro il cibo da bocca a bocca, così come nella migliore tradizione animale. L’atto della “suzione” e del “tastare” con la lingua il capezzolo materno durante l’allattamento corrispondono dunque esattamente al reciproco nutrirsi degli amanti nell’atto di baciarsi.

Il bacio acquista quindi un ulteriore senso carico di ancestrali valenze: esso è “nutrimento” di cui fruire e da donare all’altro, offrendosi nella morbidezza delle labbra congiunte, ma anche abbandonandosi consapevolmente vulnerabili ai denti ed alle fauci dell’altro in segno di fiducia e reciproco scambio.

 

G. Klimt – The dancer

 

Gustav Klimt esplora la psiche femminile nella vasta complessità delle sue pulsioni recondite, le donne di Klimt sono sensuali, morbide, dominatrici soggiogate dal proprio stesso istinto.

Gli occhi spesso semichiusi, le labbra rosse semiaperte al respiro, al sospiro … sono icone conturbanti, dall’aspetto pienamente e maturamente pronto al piacere dell’eros, ma ancora cariche di un’aura adolescenziale: eros e purezza commiste in uno sguardo, nella piega del collo ricurvo, nell’atteggiamento d’attesa ed offerta espresso dal linguaggio del corpo.

 

G. Klimt – Il bacio

 

Nel Bacio, Klimt, fa un passo in avanti, descrivendo l’eros non solo come istinto al piacere, al nutrimento sensoriale, ma come abbandono di due esseri l’uno nell’altro e le due figure appaiono fondersi in abbraccio.

L’uomo è proteso in avanti, virile nell’atteggiamento protettivo e teneramente possessivo nei confronti della donna che gli si offre totalmente. La loro unione acquista una valenza spirituale quasi mistica: l’atto fisico trascende in totale corresponsione, sublime unione. La donna non è qui rappresentata come solitaria e ammaliante seduttrice quasi irraggiungibile, icona di passione e desiderio, al contrario essa è attrice compartecipe d’uno scambio di sensi sinuosamente intessuto, condiviso. I corpi degli amanti sono uniti in un tutt’uno privo di dettagli realistici, le loro vesti sono tuniche geometricamente “intagliate” secondo quel gusto tipicamente klimtiano per i costumi ed i decori della tradizione giapponese: gli unici dettagli fisici pienamente definiti sono il volto degli amanti e le loro braccia. I decori geometrici delle vesti sono allusivamente simbolici, con chiari richiami alle caratteristiche sessuali degli attori: la veste maschile appare decorata con figure geometriche verticali, al contrario la tunica femminile è ornata di ricami circolari che alludono palesemente ai genitali femminili.

Sullo sfondo prevale l’oro bizantino, ad indicare l’assenza del tempo nella misticità sublime dello scambio amoroso, che vede i due amanti inginocchiati su un terreno che si stende ad essi fiorito quasi a simboleggiare la fertilità del loro incontro. Tuttavia, rintracciamo nell’idillio del dipinto un altro forte elemento simbolico: la coppia strappata al tempo dalla sublimazione dell’amore, si trova a ridosso di una voragine che rimanda fortemente al tema della caducità delle cose stabilito nell’equilibrio delle forze di Hρος e Θαναθος, secondo cui, l’amore giunge alla propria sublimazione solo attraverso l’esperienza della morte.

Eros e Thanatos dunque, ovvero la raffigurazione immaginifica delle principali pulsioni di vita e di morte che coabitano ed interagiscono nelle dimensioni/tensioni costruttive e distruttive sia a livello psichico che funzionalmente biologico e vitale di ogni individuo.

In medicina (ad esempio nelle culture orientali che si basano appunto sul bilanciamento degli equilibri di bene e di male, luce ed ombra: yin e yang) esse vengono rintracciate e suddivise a livello puramente metabolico e biologico nell’istinto al nutrimento (processo di alimentazione-assimilazione) e in quello alla eliminazione (processo di trasformazione-espulsione) di quanto “ingerito”: che sia cibo con conseguente eliminazione delle scorie (per mezzo di defecazione, minzione, sudorazione), ma anche nel caso “etereo” della respirazione: immissione dell’aria, assimilazione dell’ossigeno, espulsione dell’anidride carbonica; dove tutto appunto crea un perfetto bilanciamento degli impulsi e degli istinti, stabilendo quell’equilibrio di “dare/avere” indispensabile a livello organico. Qualora uno di questi istinti dovesse venire meno o diminuire di intensità ed efficacia rispetto all’altro, si causerebbe patologia, affezione organica, quindi malattia.

A livello psichico/mentale avvertiamo pulsioni di vita e di morte, che verranno più ristrettamente identificati nell’impulso all’amore (alterità) e in quello all’odio (isolamento/egocentrismo/egoismo): tutti amiamo ed odiamo, quando “amiamo”  alimentiamo noi stessi e l’altro da noi, creiamo, ad esempio nelle arti gli istinti propulsori sono determinati da impulsi di “amore”, passione, quindi impulsi positivi, che originano l’istinto alla ricerca ed allo studio (che si manifesta come desidero di nutrimento per la nostra anima/coscienza/ragione [comunque la si voglia chiamare quella soglia indefinibilmente immateriale e neuronica che ci appartiene unicizzandoci e distinguendoci]), diversamente quando “odiamo” siamo distruttivi verso noi stessi e verso l’altro da noi.

Ogni nostra scelta è “affetta” da impulsi di amore ed odio, se ci troviamo a passare davanti ad un cinema ed osserviamo le locandine dei film in programmazione, la nostra scelta ed il nostro occhio si poseranno su ciò che intimamente già a priori è determinato da mille altri fattori che acuiscono il nostro bisogno ed istinto positivo: se la locandina è esteticamente piacevole, “ammiccante”, “appetibile” ai nostri gusti, ci soffermeremo fino a leggerne il titolo per poi lasciar scivolare l’occhio ad esaminare i nomi di attori e regista …. Ora, se tutto collimerà con i nostri canoni di “piacere” e quindi di istinto “all’alimentazione” avremo bell’e fatta la nostra scelta cinematografica, mentre nel contempo più o meno inconsciamente avremo “scartato” (espulso) ciò che ci genera istinto di “rigetto”, ad esempio la locandina con l’ultimo “pappone cinematografico natalizio” Boldi-De Sica (che nel mio personale caso, oltre all’istinto di rigetto, soleva una sorta di adirata “indignazione” per l’imperante massificazione del gusto e dell’educazione all’istinto).

Quindi è chiaro come a livello dialogico con noi stessi strutturiamo il nostro equilibrio in dare/avere, fare-creare/disfare-distruggere.

Nel suddetto caso di Klimt il concetto di “sublimazione” dell’amore nella morte, si rifà a quel senso di effimerità ed impossibilità tutta umana, riscontrabile in tanta letteratura, laddove si avverte quel senso di precarietà ed inattuabilità di “avere”-vivere un amore, un desiderio, una passione (che può essere anche politica e civile) che sfocia nella scelta della morte: suicidio d’amore.

Cito per rendere l’idea:

.
Avremo letti intrisi di sentori
tenui, divani oscuri come avelli,
sulle mensole nuovi e strani fiori,
nati per noi sotto cieli più belli.

Consumandosi a gara, i nostri cuori
come due grandi torce due ruscelli
verseranno di vampe e di fulgori
nei nostri spiriti, specchi gemelli.

Una sera di rosa e azzurro mistico,
un lampo solo ci vedrà commisti,
lungo singhiozzo carico d’addio.

Un Angelo, schiudendo indi le porte,
a ravvivar verrà, gaudioso e pio,
gli specchi opachi e le due fiamme morte.

Charles Baudelaire – La mort des amants – CXXI – trad. G. Bufalino

Ma anche quando gli amanti vengono uccisi, essi “sublimano” il loro stato di passione ed amore nel vivere il proprio inferno senza pentimento: Paolo e Francesca.

 

E. Munch – Il bacio

 

Nel caso del quadro di Klimt, ma anche nel quadro omonimo di Munch, si avverte una sorta di cappa che gravita sull’idillio del bacio, proprio in virtù della veridicità dell’esistenza: nulla può alimentarsi in eterno, tutto ha una fine. La sublimazione dell’amore nella morte può anche significare la completa comprensione di ciò che “è stato” quando questo continuerà ad essere solo memoria nell’assenza, nella fine.

Questo è l’imperfetto gioco di equilibri che ci viene fornito – privo di garanzie di tempo, qualità e durata – nell’atto d’espulsione (concepimento-parto) con data approssimativa di scadenza, che convenzionalmente chiamiamo principio-vita, ed inevitabilmente fine-morte. Il resto appartiene a quell’insieme di domande in cerca di risposte che l’uomo in atto ed istinto positivo-creativo-nutritivo si pone, al fine di equilibrare la propria ansia verso la morte con l’istinto positivo alla speranza, che lo aiuti a superare il dolore ed il distacco da sé e da ciò che lo ha alimentato.

natàlia castaldi

Quasi ogni Martedì

"Estragos de la guerra", Francisco de Goya


acqua-

ttato su un ramo

a testa in giù

attendo

che il mondo si metta a sedere

sulle ombre che

fioriscono

finalmente ferme

a volte

risorgo alle mie spalle

per cogliere

la vita in flagrante:

striscio in silenzio tra

i   n   n   u   m   e   r   e   v   o   l   i

corpi

morti fingendo di giocare

a mosca cieca

mi annoio

se ti tocco e non ti muovi

ipoteco

un paio d’occhi per

un paio d’ali.


Da quassù

posso sentire i sogni

infrangersi

e

avverarsi

fare lo stesso

rumore.