Giorno: 19 gennaio 2010

Eva – di Gloria D’Alessandro (post di natàlia castaldi)

Gustav Klimt – Adamo ed Eva

“Mi chiamo Eva,

io,

al cospetto della luna

ora

nel momento d’un secondo passato…

a baciarti tra le foglie

 

mi ritrovo addosso profumo

intenso di stagione

nell’intarsio delle note

a cui chiedo di portarmi a spasso

nell’oro del tempo

 

si abita in risposta

d’un non-sense

per la parola

“esistenza”…

 

(e non è altro che fuggitiva bocca

su cui porgere le mie guance

nell’infinitesima pausa)

 

mentre tutto scorre

nel vertice d’un altezza

a cui mi sto abbandonando

senza tregua.”

Paride Mercurio – 10 poesie (post di natàlia castaldi)

DA “FIORI D’AUTUNNO” (FIRENZE LIBRI, 2002)

 

1. L’albero al viandante

Sul primo far dell’autunno,
o viandante, mi vedi
attorniato di foglie:
qualcuna -indomita- ancora,
ancora s’attarda sui rami,
ma presto, ahi troppo presto
inesorabilmente cadrà.

Son qui, oramai seminudo ai tuoi occhi,
ritto in mezzo a un tappeto,
un lieve tappeto di foglie –mie figlie-.
Avvicinati, calpesta questa coltre:
un caldo fruscio ti dirà di me,
un albero quasi spoglio,
privo d’orgoglio,
alla mercé dell’autunno.

*

2. Piove

 

Piove. Odo l’acqua.

Uno sciacquio monotono

punteggia il mio tempo.

Come se lui -il mio tempo-

non fosse già abbastanza incolore.

 

Piove. Siamo d’inverno.

La tristezza padrona

sciaborda dentro me.

Come il mare in tempesta,

devasta la mia anima vile.

 

Piove. E a goccia a goccia

la madre terra

ingorda trangugia

quel poco che oramai

riman di me.

 *

3. Omnia mea mecum porto

 

Sono la foglia frale, non più viride,

all’arborea magione

recisa dal vento d’Aquilone.

Ora, vestita d’iride, il cielo autunnale

scruto

dal seno di una gora -precario mondo-

“en attendant” la piova

che manderàmmi a fondo.

*

4. Cinqueottobremillenovecentonovantacinque

Ci sono giorni angusti
come polverosi bugigattoli
e ore sterili
come speranze di bimbo.
E c’è una malinconia dolce
come un sottile dolore.

Ci sono amici perduti
come antichi ricordi
e sogni riarsi
come terre calabre.
E c’è una famiglia adorata
come la reliquia d’un santo.

Ci sono notti distese
come praterie argentine
e fremiti agri
come frutti acerbi.
E c’è un amore totale
come un’estasi mistica.

Ci sono uomini veri rari
come parole sincere
e baci lunghi
come barbe di profeti.
E c’è una routine che stordisce
come una sbornia perenne.

E una vita che m’appartiene
come una casa in affitto.

 **

DA “ANIMA MEMOR” (FIRENZE LIBRI, 2003)

 

5. Visio mystica

Quale biodo cedevole
il mio cuore al tuo cospetto
d’un’estasi compiuta
godeva come il Verbano
iersera dalla luna
opalescente baciato.

 *

6. Nolite iudicare

 

Nessuno potrà mai comprendere

l’infinita dolcezza

che i tuoi sguardi furtivi

mi donano spesso.

Nessuno saprà mai leggere

questo mistero

che è chiuso nel tuo e nel mio cuore.

Tutti mi crocifiggono,

tutti ti mettono in guardia,

anche se fra cielo e terra

ci son più cose

di quante possa spiegarne

la loro greve filosofia.

**

 

DA “ARCHEOLEMMI” (FIRENZE LIBRI, 2006)

  

7. Dalla costa calabra

 Nella pudica foschia che nasconde
il bacio sereno del cielo al mare
globi di fuoco Stromboli zampilla
e il cuore si spaura di lontano
(forgia sotterra Vulcano armi nuove
in Trinacria dentro la sua fucina)

*

8. Hydrunti

 

Sotto la sferza del vento di ponente,

il mare verde (come la giada) sbuffa

contro il bastione dei Pelasgi (li chiama

nobili Omero, rammenti?), ingentilito

dal fico nato lì dove non ti aspetti,

proprio nel cuore delle mura (trionfa

provvidenziale pur sempre la natura).

Tu sei di rosso tutta vestita e brilli

al sole basso di questa strana sera.

L’avresti detto? Dopo dieci anni, insieme

come la notte, la dolce notte in cui

io ti baciai primamente nel buio.

Insieme allora mentre il Rosa dormiva

sopra di noi, beato tra le nuvole;

insieme adesso sulla Porta d’Oriente,

che ancora splende di vestigia normanne

e bizantine, che ancora si spaura

della ferocia degli armati di Hakmèt.

Nella tua terra serena il nostro amore

vide la luce, nella mia si riscopre

(fuori dal dubbio, fugata ogni tristezza)

ora maturo: sul mastio aragonese

or l’avvertiamo nostra sola fortezza.

*

9. Mi so perdente

 

Mi so perdente in questo gioco impostoci

dal fato (o -più correttamente- impostomi)

nell’alterco garbato dolce amaro

della partita a scacchi tra noi due

(e due spettatori stanno a guardare)

dove io distillo mosse le più rare

e tu abbozzi una difesa di sfinge

 

Mi so perdente sino dall’inizio

ma un cieco istinto a seguitar mi spinge

 

 **

 

DALL’ANTOLOGIA “RETROGUARDIE” (LIMINA MENTIS, 2009)

10. Cos’ha lasciato il mare?

Cos’ha lasciato il mare –dopo la piena?
(Ricordo solo un gorgo –tutto era nero
E sabbia turbinante –lungo la schiena)

Qualche conica bùccina –qualche tellina
Cocci lisci di vetro –verde bottiglia
Màstabe di detriti –tronche montagne

E quasi putrescenti –sul lido lacere
Le nostre nudità –senza vergogna
Smaniose d’acqua dolce –e di rinascita

Per noi è imperativo –se ancor ne abbiamo
Staccarci da relitti –ormai incagliati
E uscir fuori dal fango –prender la terra

***

PARIDE MERCURIO – Nato a Novara nel 1969, vive a Borgo Ticino in provincia di Novara. Studi classici, ha collaborato, dal 1983 al 1999, con vari periodici piemontesi. Ha esordito, come poeta, nel 2002 con la raccolta Fiori d’autunno (L’Autore Libri Firenze),  cui hanno fatto seguito le sillogi Anima memor, nel 2003, e Archeolemmi, nel 2006, sempre per lo stesso editore. E’ presente nell’antologia del premio letterario Città di Monza 2003 e nell’antologia Retroguardie (Limina Mentis Editore, 2009). Dal 2006 fa parte della giuria del premio letterario Antonio Cerruti e, dal 2008,  del premio letterario Ariodante Marianni.

B u r n e d

© photos by sebastiano adernò

Certe parole sotto,hanno il bruciore del dolore
scritte  di fianco al torbido buio d’occhi cavi
roghi a ritroso di fiati, tutto trema al vento destinato
cumuli per andare, nel tempo che non trova remora
tutto stantio come l’odore che disegna narici
dipinge nero le dita, come impronta
e la parola sfuma infine, dentro
quando il fuoco sconcerta di ferocia
lenta lenta corre, raggiungendomi all’alba
quando in solitudine mi sentirò vagare, come ubriaca
ed incipriata dalla malinconia di un’agra perdita
ignorando che tutto ha una miccia
al quale lasciarsi buttare alle spalle
come sciarpe d’inverni anoressici.

Allungata e lunga ha un vivere azzurrino

Allungata e lunga ha un vivere azzurrino

s’impegna adagio con occhi come spilli

e come spilli s’appuntano.

Lascia una scia fine fine lumaca

appesa un po’ assieme un po’ no

appesa dai piedi come fili di fiori

e dal morbido loro come un dentro

e dalle dita foglie lanceolate.

Me and Radiohead

Esco, e piove. Come viene giù, a secchiate. Un minuto piano, ed eccola: una secchiata che sembra infinita d’acqua. Di nuovo piano. E di nuovo. La neve di neppure una settimana fa da milioni di fotografie notturne è ancora nella mia testa. La differenza di rumore. Le persone (fiume) si accalcano, uscendo, sotto il porticato (roccia) del Duomo, per aprire gli ombrelli e gettarsi in piazza (mare), stando attenti non solo alla pioggia che cade dall’alto, ma pure a quella che, sfruttando l’irregolarità del piancito di pietre, forma piccole o un po’ più grandi pozzanghere (trappole) per piedi (prede) distratti. Basta un attimo e ti ritrovi, d’un botto, con scarpe e pantaloni ben inzuppati fino ai polpacci. C’è un gazebo della Misericordia che offre dolce e da bere per festeggiare il Natale. Non so se c’è da fare un’offerta, ma ora che è passato il tocco da una decina di minuti non ho voglia di fermarmi. Dovrei prendere, rifare quei cinque/dieci metri fino al porticato, richiudere l’ombrello, mangiare e bere in mezzo a quel tumulto di persone che si scambiano auguri, fumano sigarette, aspettano chi si è fermato dentro, socializzano o meno in modo vario: correrei il rischio di incontrare qualcuno che conosco, e certo accadrebbe, o forse ci spererei, e rimarrei deluso. Ho solo voglia di arrivare alla macchina. Tornare a casa.

Pioggia, la sento dentro, piovi pioggia su di me. La messa. La messa. Dal pulpito sempre e solo critiche, mai autocritiche. Possibile che non sbaglino mai? O che, in ogni caso, gli errori degli altri siano più gravi? Poi: visita all’altare d’argento? Due euro grazie. E il braccialetto elastico di Padre Pio, tanto di moda. Può succedere che ti arrivi gratuitamente a casa. Ma a me queste cose lasciano un retrogusto cattivo – non amaro, che l’amaro a fine pasto non mi dispiace affatto – più acido, direi. Quella coppia, sembrava uscita da un matrimonio, fosse stato per gli abiti li avrei detti, non so, quarantenni? Invece ragazzini tanto perbene. Magari un po’ di coca alle feste. Ancora troppo piccoli, forse. Che Iddio li protegga, come si dice. Le mie opinioni che non portano conseguenze. Ho letto da qualche parte che il crocifisso non è tradizione, che l’albero di Natale è tradizione, ma il crocifisso: il crocifisso non lo è. Non si dovrebbe essere fedeli per tradizione. Perché vado, allora. So già cosa mi aspetta quando entro, è troppo facile, non sono diverso. Diverso da chi, cosa. Umano. Mi confronto per cercare un barlume di me, per cercarmi. Non mi trovo. Il mio vacuo, personale, pulpito. Ma ti cerchi? O fingi? E queste voci nella tua testa? Sei tu?

Alzo gli occhi: il Battistero, lucido e bicolore, non riesco a contenerlo tutto in uno sguardo. Sembra non ci siano abbastanza soldi per tenerlo aperto, per il riscaldamento. Forse somiglio un po’ a questo edificio che non si può aprire per mancanza di fondi. Freddo dentro, inerte. “Un po’, forse”, decisione zero, come rispondere? Quanto mi piace questa piazza, e il Franchi un paio di mesi fa proprio qui ha detto “Sembra una città asburgica”, e può sembrare, forse, come ogni città quando appare le prime volte al nostro sguardo, e ci concentriamo sulle cose belle, che per il brutto si è sempre in tempo. Ma io non ho mai visto una città asburgica. Non ho mai neppure provato, ad andare in una città asburgica. Mi fermo un attimo, mi giro e mando appena la testa all’indietro per osservare il campanile, illuminato, e solo pochi giorni sono trascorsi da quel turbine di neve intorno, correnti d’aria. Questa pioggia piove dritta, dritta su me, bagna tutti i respiri. Tutto ovattato, venerdì sera, tutto amplificato, ora. Riprendo la direzione, il cammino. Cosa faccio, passo dalla Sala? Così, per vedere chi c’è. Un’occhiata a destra incrocia gente seduta, in piedi, gruppetti, fumi che sfidano l’acqua. Ma chi ne ha voglia. Anni fa si faceva l’anti-vigilia. Una volta ho dormito a casa di un amico. Avevo dimenticato le chiavi di casa. Non avevo la macchina. Arrivai quasi tardi per il pranzo di Natale coi parenti: un attimo prima che arrivassero loro. Irrimediabilmente Tardi, comunque. In ritardo. Sempre. Malditesta.

Tiro dritto, da lì – a sinistra, senza guardare – ho sentito parte del concerto dei Pearl Jam, con lei. Non avevamo preso i biglietti. A differenza del Blues, avevano montato il palco davanti al Monte dei Paschi, coprendo la sua insegna luminosa e lasciando libera la visuale su Comune, Tribunale (e no che non li sbaglio i due, piccole bugie, ma dall’uno posso vedere sotto l’altro, chi cammina, e prepararmi, sono nervoso), Duomo e Battistero, sugli altri lati della piazza. Potere spirituale, potere temporale, una piazza. Il giudizio divino e quello umano. Vedder è un animale. Giro a destra e la strada è vuota, da qui al Globo ci saranno 4 persone che camminano.

Una delle cose belle di Pistoia è che bastano davvero due passi, per passare da una visione colma di persone, di voci, di tacchi sulle pietre e sull’asfalto, ad una di vuoto, o quasi. Come essere altrove. Microambienti distinti, forse. Non importa andare in vicoli per questo, no, che di solito è così, nelle città: giri in una via che vedi un po’ più stretta, per guadagnare un po’ d’intimità con te stesso e il paesaggio. La mia intimità è un’offesa, di solito, a me stesso.

La pioggia, piovi pioggia su di me, cancellami. Comincio a fischiettare. Un motivo che conosco bene. Poi, mi metto a canticchiare la parte finale della canzone, “rain down, rain down, come on raaain down on meeeee…from a great height, from a greeeat heeeeeight, heeeeeight…that’s it sir, you’re leaving, the crackle of pig skin…” e fischietto ancora, mentre vado verso il Lux: la macchina mi aspetta nella strada a fianco. Che canzone meravigliosa. L’asfalto è così lucido, sembra inchiostro. Chi sa. Persone al distributore tabagista automatico. Le locandine del cinema, c’è un film che vorrei vedere. Ecco la macchina, salgo. Nello sportello tengo i cd: prendo quello. E sentiamola come si deve. Ok computer, la 2. Una canzone da fischiettare e canticchiare la notte di Natale, dopo la messa in Duomo, sotto questa pioggia. I may be paranoid, but no android. I may be android, but no paranoid.