Giorno: 18 gennaio 2010

Entrata libera

Com’è che questa ha sepolto un marito
sprezzante altri ne ha lasciati per strada
prendendosi le ultime monete d’oro

in fondo è poca cosa

Allora penso che tra le gambe
custodisca un caldo sole
raggi come tentacoli che legano
stordiscono

Tra i seni lucine di giostra
intermittenti calamite
madonna del supermarket
con luminose offerte speciali

Sbaglio io
a non serbare nel corpo
il sistema solare

sbaglio di sicuro
se a me si arriva
passando dai buchi della testa
scendendo per le viscere
scavando ad occhi chiusi
infinite gallerie
senza uscite di sicurezza

(stefania crozzoletti)

TACCHE


mio-acrilico su tela (45×70)

Come segnare in linee
le giornate al diaframma, itinerari
sullo stomaco.Triptofano al cervello
dicono
dove?
Alla tv
Ah!

E per guarire dall’età
fettine di cetriolo sulla faccia
altro che non vi dico
perchè, sia chiaro, io sono sapida.
Sadica?
No, proprio saporita
e non sapevo d’esserlo
fino a cerchi concentrici
in punta d’oh!

Poeta da carabattole in disordine
ho sparpagliato appena in tempo
miei frammenti su guglie
di santi e imbonitori
i secondi migliori
ma sporadici
tacca su
chi?
Eh!

Addio (Giovanni La Forza)

 

Addio sogno così bello vagheggiato
che lungo la tua strada ho camminato,
sempre più ripida ed in salita e con una sola via d’uscita.
Addio amore di questi anni miei,
perché non possiamo ritornare a ieri,
il tempo è trascorso inesorabile,
ma tutto rimane incancellabile.
Addio bella e misteriosa creatura,
quante volte mi è venuta la paura
di non trovare più il tuo respiro
mentre affannoso ti correvo dietro.
Addio…lo grido a tutto il mondo
mentre per le strade vagabondo,
rivedo ad ogni passo i momenti
quando eravamo teneri amanti.
Addio…un po’ vorrei fosse per sempre,
troppe lacrime ha versato questo cuore,
affondando nel baratro dell’oblio,
l’unico desiderio è gridarti…..Addio!

 

Quartetto d’archi (dedicata a Arthur Rimbaud)

Quartetto d’archi

(dedicata a Arthur Rimbaud)

I)

Ecco il suono

che trapassa il silenzio

come un violino scordato

che ferisce il buon senso,

ecco il colpo

sferrato,

con forza,

dalla spada sguainata dello sdegno,

ecco l’alba

illuminarsi in un lampo

e mortificare

il trionfo

della folle, magnifica tenebra

che ha guidato

i miei piedi scalzi

su quei ciottoli acuminati

che un dio increscioso

ha disseminato sulla mia strada.

Ho perso l’altezza,

ho smarrito la gravità,

non ricordo più

quel verso aureo,

inciso col fuoco,

sulla lastra di marmo della tomba

dei miei avi periti

sotto il giogo dell’inquisizione.

Sembra quasi vino

quell’acqua

che il demone

dispensa

in Rue Soufflot

a tutti quelli che,

come me,

non possono permettersi

il lusso di dormire

e vagano,

senza sosta,

alla ricerca di un’offesa.

Ecco l’ennesima prova,

che sia finalmente l’ultima?

Ecco la sfinge

che sparge il suo seme maligno:

 “ciò che rotola dal pendio

è polvere all’alba,

un sasso a mezzogiorno

e un macigno la sera”.

Chi è che dà voce all’enigma?

Una donna, senz’altro!

Una madre che getta i suoi figli

nella bocca famelica

di Nostra Signora la Vita,

quella signora

dallo sguardo beffardo

che il latte

ha trasformato in veleno.

Ho smarrito il suono del violino

reiterando il boato del macigno

che si schianta

sui corpi pietrificati

di chi non riesce a sciogliere l’enigma.

II)

C’è come un soffio diverso quest’oggi,

una specie di brezza glaciale

che proviene da oriente.

Cos’è che vibra ancora?

Forse quell’urlo selvaggio

che risuona, flebile,

diradandosi nell’eco

di un gesto guerriero.

C’è un cielo plumbeo quest’oggi,

è costellato di nubi

che sembrano di marmo.

Dietro il nero velo della morte

non s’odono che singhiozzi

e le lacrime

precipitano

come chicchi di grandine

su una lastra di vetro.

C’è un sentore di morte quest’oggi,

e tutte queste garze

che fasciano il mio corpo

sono sempre più nere.

Presto,

un litro di quello buono,

un rosso al nero

come il sangue aggrumito

di tutti gli eroi

caduti

sotto il fuoco

del plotone d’esecuzione.

C’è  un nero invadente quest’oggi,

più nero delle ali di un corvo

e del carbone ammonticchiato

sulle rive del fiume.

C’è uno strano silenzio quest’oggi,

non sento voci d’araldi

né acuti d’eunuchi sviliti.

Dov’è il banditore?

Dov’è la sinfonia?

Cos’è questo silenzio protratto?

Dove sono i barbari?

Un invasato in più o in meno

non danneggia

il quadro della passione,

la scena dell’apocalisse

è già gravida

d’ossa spolpate

e fumi rancidi

di carne bruciata.

C’è un odore di cancrena quest’oggi,

una musica di miasmi

e piaghe purulente

infestate dai vermi.

C’è una gola arsa dalla febbre quest’oggi,

c’è un povero malato

che ha sete

e che chiede

solo

un ultimo bicchiere d’assenzio.

III)

Castello di sabbia,

rorido,

malato…

Son forse bottoni di carne

quei due punti luminosi

che svettano

sulle cime ellittiche

delle torri?

C’è un unto blasfemo

nell’idea del ritorno,

quel viscido che impera

nel segno del comando,

che si pone di fronte

ed ostenta la sua forza.

Osservo il sole

deflorare la stanza

in strali inauditi

tra gli scuri socchiusi

e i vetri azzurrati

sulle note cristalline

di un pianoforte

dimenticato

da dio e dagli uomini.

Castello di sabbia,

umido,

infetto…

Son forse due uomini

quei corpi avvinghiati

che fanno capolino,

a tratti,

dalle lenzuola di lino

ricamate con trine d’altri tempi?

Ecco la morte al lavoro

nell’inesausto fluire della vita,

un sorriso amaro,

residui di saliva e di sperma

sulla coscia

incollata all’addome.

Perché tutta questa luce?

È forse un supplizio?

Un olio,

viscido,

sgocciola dal soffitto

mirando all’unghia dell’alluce.

Dall’altra parte del letto

lo sbottìo fastidiato

di chi pretende l’ozio:

“chiudete quegli scuri”.

 Un rintocco di nocche

alla porta,

un raggio

di un blu più intenso,

un’intera secchiata d’olio

ed ecco la cameriera,

seminuda,

i seni e il pube ricoperti

da un leggero velo d’organza,

ecco la donna

avvicinarsi

coi frutti del bosco

e il caffè rubato

in quei paesi lontani

ove fluiva

la mia voglia di libertà.

Castello di sabbia,

fangoso,

increscioso…

Separare l’azzurro dal cielo

vuol dire, forse,

separare la donna dall’uomo?

Quella visione d’organza,

trapassata

dall’incombere del turchino,

si soffermò

sulla mia barba incolta

lisciandone

il pelo brizzolato.

Con le sue mani di velluto

formò una treccia,

poi un’altra

ungendole con l’olio

raccolto dall’alluce,

poi d’improvviso s’alzò

e spalancò gli scuri.

L’azzurro si fece da parte

e fu un tripudio

d’aurea luce,

una cornacchia

entrò nella stanza

starnazzando

il verbo dell’aberrazione.

Il mio corpo nudo,

umido e unto,

si levò dal torpore,

mi inginocchiai ai piedi

della visione d’organza

e recitai

la preghiera del mattino:

“Ah, giovinezza!

Quel tratto smarrito

del passo spedito dell’incoscienza,

qualche grugnito,

qualche risata

e la lascivia

intorno ai tavoli

ove si consumava

il rito dell’oppio.

Ti saluto giovinezza,

con l’inchino irriverente

di chi ha usato il tuo nome

nell’abuso e nel sopruso;

un rivolo verde

di bava d’assenzio

scivola

dagli angoli delle mie labbra

e precipita

sulle mani tese

ad invocare

l’ennesima tenebra

in cui mortificare

definitivamente

la luce.

È il mio saluto.

Fanne tesoro”.

C’è un unto sacro

nell’idea

di un viaggio senza ritorno,

quel viscido destituito

privato del comando,

destinato a soggiacere

sotto il peso del destino.

Ricordo la luna

sovrastare il mio corpo

in un perlaceo amplesso

scandito dal canto suadente

di un coro di ninfe.

Son forse due donne

quei corpi avvinghiati

che fanno capolino,

a tratti,

dalle lenzuola di rugiada

ricamate

con lembi di pelle umana?

A chi appartiene

quella pelle

usata come ornamento?

Ecco la morte al lavoro

nell’esausto fluire della vita,

un pianto sincero e sofferto,

ettolitri di bile

in un tripudio

di sperma inacidito

nella piaga aperta sul costato.

Si disfa il castello

nella marea

che avanza implacabile

e trasale il mio sguardo

al chiodo dell’inevitabile.

 IV)

Pregusto già l’inferno

come degna ricompensa

al mio gesto

e sono sicuro

che è eroico

morire poveri

in una vampa di fuoco.

L’acqua è tiepida,

un gruppo di mercenari

ha affondato il battello,

i miei uomini si sono dati alla fuga,

cos’altro mi resta da fare?

Potrei invocare gli avvoltoi

e ballare sui cadaveri,

potrei dissetarmi

in quel brodo catartico

che ancora s’ostina

a fluire d’intorno.

Potrei sognare una donna

e un calice d’assenzio,

potrei desiderare un uomo

e lo stelo di un papavero,

potrei sfibrare il mio fallo

nell’ultimo amplesso selvaggio

e gridare al vento:

“eccomi, sono pronto”.

Potrei volgere lo sguardo

a quel dio

che mi ha sempre ignorato,

potrei impostare la voce,

come un attore consumato,

e dirgli:

“guarda, questo è quello

che sono diventato”.

Eccomi quindi

nell’angoscia che sale,

eccomi ripercorrere,

con lo sguardo teso e vibrante,

le nefandezze di tutta una vita.

Chi può conoscermi

meglio di me stesso, chi?

Chi può sapere

cosa  mi ha dato il passato, chi?

Nell’alchimia del verbo

scrissi dell’idea

di una libertà assoluta

camuffandola in follia

e parlai di una scintilla

come tramite per il crollo.

Sì, certo,

sono un barbaro e ho sete di sangue.

Cosa mai potrà darmi

quest’acqua meticcia

che ristagna

tra i relitti

del mio battello sventrato?

Cosa mai potranno darmi

quei cadaveri

che hanno già urlato l’addio?

Eccomi,

questi sono i miei ultimi sospiri

e la voce

comincia a tremare.

Ah!

Se potessi rinascere adesso,

se potessi urlare

al mondo intero

il mio primo vagito…

Chi può odiarmi

meglio di me stesso, chi?

Chi può amarmi

meglio di me stesso, chi?

 (scritta nel lontano 2002 e pubblicata nel 2009 in “L’inestinguibile lucore dell’ombra”- Samiszdat Edizioni- Parma)

Antonia Pozzi: diari e altri scritti

Antonia Pozzi

Antonia Pozzi: diari e altri scritti (ed. Viennepierre a cura di Onorina Dino e postfazione di Matteo M. Vecchio)

In questi giorni, sto leggendo i diari di Antonia Pozzi in una bella edizione di Viennepierre. Il volume è uscito nel 2008, a settant’anni dalla scomparsa, con scritti inediti e un nuovo apparato critico. 

Si comincia sbirciando tra le pagine del “Quaderno (1925-1927)” di una ragazzina quattordicenne (come non stabilire un parallelo con Tonio Kröger) che sta bene con i propri genitori, il padre avvocato, la madre discendente da una nobile famiglia lombarda. Riceve un’educazione moderna, alto-borghese. Nonostante si circondi molto presto di amici colti e si dedichi alla musica e a numerosi sport, comincia a sentire il richiamo della solitudine come punto di partenza per un tentativo di comprensione del mondo pur con tutte le contraddizioni che ne derivano. Spazio e tempo sembrano “cose grandi, troppo grandi per noi”, attraenti per il loro mistero eppure terribili (“Mi scuoto con un brivido: sempre! Parola terribile, terribile come mai!”).

La ritroviamo dieci anni dopo nei “Diari (1935-1938)”, laurea in Lettere e Filosofia, una tesi sulla formazione letteraria di Flaubert. È ancora lì a tentare un’impossibile ma necessaria riconciliazione tra arte e vita (“Quanti mondi. Allora erano più grandi di me e mi chiamavano in alto, adesso sono più forti di me e mi schiacciano”). Scriverà del suo “disordine” con intimo dolore (“È in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile.”).

Insomma, la vita non basta. Questo sembra volerci dire, come quando in un saggio su Aldous Huxley, riporta: “[…] la vita in quanto tale, questo non basta. Come ci si può contentare dell’anonimità della semplice energia di una potenza che, malgrado il suo carattere misterioso e divino, è tuttavia incosciente, al di sotto del bene e del male?”. La poesia è vivere ma è anche “morire per sapere”, la poesia è la “troppa vita” che scorre nelle vene e chiede d’andare oltre la vita. Da questa irriducibile dialettica viene fuori un’estetica che fa dell’arte non un “espressione di stati d’animo ma creazione d’un mondo – e non creazioni tutte perfette, ma sforzi continui di creazione”. Forse, è così, certa poesia si paga con la morte.

Verso la fine del 1938, la promulgazione delle leggi razziali “è stata una specie di fulmine che ci ha sconcertato tutti”. Poco tempo dopo un crollo emotivo, Antonia Pozzi si sdraia su un prato e si toglie la vita. Non vide mai stampate le sue poesie, furono Vittorio Sereni e Eugenio Montale, tra i primi, a riconoscerne il valore.

Come ben scrive Matteo M. Vecchio nella sua postfazione, il diario rappresenta “l’officina che accompagna la stesura dell’opera poetica e critica”, “spazio aperto alla riflessione”, luogo di “ricaduta della scrittura sulla vita”. Perché la vita legittima il lavoro e il lavoro legittima la vita, secondo un progetto etico in cui “non vivere e non creare sarebbe da impotenti, da minorati”. Ne consegue che “l’evasione del reale nel fantastico è lecita solo quando venga scontata con la pena attiva dell’espressione” altrimenti la distrazione è banale e amorale.

Giovanni Catalano