Giorno: 16 gennaio 2010

Luigi Socci – freddo da palco

Capita di andare ad Ancona, di entrare alla Feltrinelli, trovare il libro di Socci (di fianco a Ginsberg, secondo un ordine alfabetico a me sconosciuto), comprarlo caricando punti sulla tessera che scalerai a Milano. Capita di leggere il libro due/tre volte in treno (l’aria condizionata molto più fredda di qualsiasi palco). Avere la certezza che qui non si scherza, fra queste pagine si fa poesia sul serio. Pensare di scrivere una piccola recensione al libro naturalmente con la tempistica partenopea che mi è consona. Ed eccomi qui, qualche mese dopo, di nuovo con “freddo da palco” fra le mani.  Luigi Socci mi insegna qualcosa ogni volta che lo leggo. Mi insegna che la poesia ha bisogno di un certo riguardo,  di una cura senza la quale la parola non è. Non serve.

Della poesia di Luigi amo lo sforzo di non stare sulla superficie delle cose, amo lo sguardo attento che ti fa notare qualcosa che non avevi visto. La nuova prospettiva. Se c’è una tenda a far da filtro fra noi e le cose, fra noi e la gente, Socci la sposta e ti porta a vedere.

E’ una lettura intensa mai banale che consiglio a chi ama la poesia e non solo. La consiglio a chi leggendo ambisce a qualcosa di più.

*

Siamo preda del freddo
da palcoscenico dell’aria
che viene dal sipario

serrati in prime file riservate

è un tipo di teatro
che va oltre il suo orario
un tipo di teatro che è vietato
perdersi le puntate.

*

Si può perdere il senso andando a tempo
può spezzarsi l’incanto
se vibra senza suono da una tasca
qualcosa di non spento.

Sarò il tuo specchio per guardarti dentro
culturista dell’occhio
agonista del muscolo
che goccia a goccia tira indietro il pianto.

*

Il tritone accasciato in Piazza Barberini
mollemente su gambe
di pesce ha torso umano.
Le proporzioni sono iperreali.
L’età  della pietra portata bene.
Le tre api papali
nella posa perenne e non per sete.

Così questo sarebbe
il “tritone canoro” perché suona
(una sinestesia zampilla dalla buccina)
e l’acqua è simbolo di fertilità .

Ma quando manca l’acqua
rimane come rimangono le fontane senz’acqua:
anfibio alla ricerca di un bicchiere
dal suo strumento a fiato impara a bere.

*

Ultima prima al “Na Dubrovka”*

Il teatro russo degli anni ottanta
mi stanca.
Il teatro russo degli anni novanta
invece incanta.
Ma il teatro russo degli anni zero
è vero.

La realtà si realizza il passo è corto
tra la vita e il teatro prende corpo.

La scena dilagava in sala e a casa
veniva a chiamarci per la catarsi
per renderci partécipi (spettatori carnefici)
dell’irripetibile evento.
Imparavo a memoria la mia vita
come una vittima di talento.

Quella sera era meglio se non ero
in abito nero per l’occasione
come a una prima i capelli in un velo
la vita ristretta da un cinturone.

Io quella sera
proprio io non c’ero
e se c’ero dormivo e morivo
già cascavo dal sonno e mi gasavano
(posto 12 fila C)
la testa mi andava giù.

Epidemie di tosse
rumore di giunture che disturba
la già pessima acustica, asfissiando
è difficile farsi sentire.
L’emissione vocale del morire
non arriva alle ultime file.

Nel personaggio a cui davo la vita
mi identificavo alla perfezione :
il mio cadavere in carne e ossa
in attesa di identificazione.

Centinaia di comparse disperse
rivolevano i soldi del biglietto
perché il passo che separa la vita
ora era fatto.

Una cappa di fumo scendeva dal soffitto
come un effetto speciale reale
la mano si poteva allungare
per vedere se tutto accade.

Mi confondo nei ruoli.
Mi confondono i ruoli.
Mi credo e mi capisco.
Dico l’ultima poi mi finiscono.

*Il 23 ottobre del 2002 un gruppo di terroristi ceceni prese in ostaggio un’intera platea di spettatori all’interno del teatro moscovita “Na Dubrovka” con i tragici esiti che tutti conosciamo. Nelle mie intenzioni questo testo dovrebbe svolgere la funzione di lunga didascalia in versi all’immagine della giovane terrorista addormentata-morta in poltronissima.

Luigi Socci

@ Luigi Socci – freddo da palco – collana i misiotis – ed. d’IF

@recensione di gianni montieri

Parola pellegrina

non sostare sulla soglia

per cercare dimora occasionale

insopportabile nella notte

la tua voce

attraversa le stanze del mio inverno

di poche ingiallite foglie

non starmi addosso

nel portare all’orecchio canzoni

 dal candore antico

sia balsamo solo una preghiera

poiché mi svesto ormai

dell’abito a fiori piccoli

trascorri nuovi giorni

abbi pace di giochi

giovanili risate, sorrisi

forse (erano) la mia grazia.

Nell’aria della sera (Guerrini)

Nell’aria della sera umida e molle
Era l’acuto odor de’ campi arati
E noi salimmo insieme su questo colle
Mentre il grillo stridea laggiu’ nei prati.
L’occhio tuo di colomba era levato.
Quasi muta preghiera al ciel stellato;
Ed io che intesi quel che non dicevi
M’innamorai di te perche’ tacevi

Il vento fa il suo giro

“Il vento fa il suo giro”
arrabbiato e stordente sulla punta delle parole
che albeggiano sui costoni rocciosi di certe notti
arrangiate male, stonate.

Mentre ripeto nella mia stanza
che il tuo nome non ha fessure
nel quale infilare le dita e stringerlo nel palmo
mentre nasceva in volo.

Ed il silenzio si sveglia in corsa
scendendo sulle ruote di una bici rubata al tempo
mentre in amore passo da te e da me
sfilandomi come bottoni dalle asole.

“cit. tratta da un film di G.Diritti”

Charles Simic – due poesie (post di natàlia castaldi)

 

La meraviglia della quotidianità che si fa arte, bagliore di conoscenza e comprensione come per un bambino la fantasia che nasce dalla pura osservazione del mondo ancora da scoprire.

Charles Simic rende poesia la trivialità dei gesti coniugali, dei rumori più comuni e degli umori vitali.

Osservazione e penetrazione di fatti e gesti che conducono a metafisiche divagazioni che, da una fase empirica e quasi tattile, sfociano in uno stato di attonita meditazione sul significato più “essenziale” dell’effetto e dell’interazione tra le cose, gli oggetti e l’uomo.

Pareti, muri, colori sembrano avere una vita propria che interagisce empaticamente con l’umanità scarna e routinaria che non si sofferma ma che passa avanti a se stessa rincorrendosi in modo “automatico”, più per inerzia che per consapevole ed individuale volontà.

Ingranaggi che si disegnano nella penombra d’un interno in cui si muovono figure di vecchi amanti, spogli degli ardori, appassiti dei loro stessi fiori, eppure ancora vivi negli odori delle proprie carni e nei riflessi delle pelli in un raggio d’alba che penetri la scena da una tapparella a dare un senso arcano ai soliti gesti.

“…. Erano le 7 del mattino. / Aspettavi che un raggio di sole / ti scaldasse un poco i piedi gelati, / o che tua moglie entrasse assonnata / con la vestaglia azzurra consunta, / e si chinasse con i capelli sugli occhi / a raccogliere il giornale che ti era scivolato di mano /
con quel titolo e una grande fotografia, / e restasse così, piegata, a leggere / intenta, con la vestaglia che si schiudeva a poco a poco, / con le mammelle pendenti e il pelo scuro / ancora umido di sonno che si scoprivano del tutto, / mentre continuava a leggere con quel sussurro spettrale.”
(C. Simic “Il titolo”, trad. Damiani Abeni)

Ricordi d’infanzia e scenari d’un realismo velato d’immaginifico onirismo si stendono sulla carta in modo narrativo, fotografico e piano, rivelando solo alla fine dell’intera lettura un senso di sgomento segreto ed intimo, che rievoca paure lontane eppure vive nell’immaginario adulto ed insonne di un bambino che ha sempre stentato a dormire sonni sereni nell’incubo delle guerre e della precarietà dei suoi fragili giorni.

Hotel Insomnia, Charles Simic

I liked my little hole,
Its window facing a brick wall.
Next door there was a piano.
A few evenings a month
a crippled old man came to play
“My Blue Heaven.”

Mostly, though, it was quiet.
Each room with its spider in heavy overcoat
Catching his fly with a web
Of cigarette smoke and revery.
So dark,
I could not see my face in the shaving mirror.

At 5 A.M. the sound of bare feet upstairs.
The “Gypsy” fortuneteller,
Whose storefront is on the corner,
Going to pee after a night of love.
Once, too, the sound of a child sobbing.
So near it was, I thought
For a moment, I was sobbing myself.

***

Hotel Insomnia

Mi piaceva il mio piccolo pertugio
e la sua finestra che guardava un muro di mattoni.
Nella stanza accanto c’era un piano.
Un paio di sere al mese
un vecchio sgangherato ci veniva a suonare
“My Blue Heaven”.

Il più delle volte, però, tutto era tranquillo.
Ogni camera aveva il suo ragno in pastrano pesante
intento a catturare la sua mosca nella rete
tra fumo di sigarette e fantasie.
Era così buio
che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavandino.

Alle 5 del mattino il passo dei piedi nudi al piano di sopra.
Lo “Zingaro” che dice la fortuna,
al negozio giù all’angolo,
se ne va a pisciare dopo una notte d’amore.
Una volta, anche il pianto di un bambino singhiozzante.
Era così vicino che per un momento
pensai che a singhiozzare fossi io.

Trad. n.c., 2009

Il disincanto mantiene il suo fascino e la sua aura di mistero nella rispettosa e silenziosa osservazione della natura e dei suoi antichi presagi, inscenati ora dal volo degli uccelli all’orizzonte, ora da un tramonto sanguigno che colora le pietre di un sentiero in un affresco di tinte forti e ricche di contrasti, che delinea i pochi elementi esterni che fanno da sfondo alle vicende degli attori tragici di una quotidiana commedia, che irrimediabilmente si consuma logorandosi entro quattro mura.
Così, mentre il tempo dell’amore inizia, si consuma e finisce nella durata d’un soffio di candela, inscatolato in ritmi e spazi costruiti e fissati per sé dall’uomo stesso, fuori – inspiegabilmente ed incurantemente – tutto scorre nel succedersi di buio e luce.

Clouds Gathering, Charles Simic

It seemed the kind of life we wanted.
Wild strawberries and cream in the morning.
Sunlight in every room.
The two of us walking by the sea naked.

Some evenings, however, we found ourselves
Unsure of what comes next.
Like tragic actors in a theater on fire,
With birds circling over our heads,
The dark pines strangely still,
Each rock we stepped on bloodied by the sunset.

We were back on our terrace sipping wine.
Why always this hint of an unhappy ending?
Clouds of almost human appearance
Gathering on the horizon, but the rest lovely
With the air so mild and the sea untroubled.

The night suddenly upon us, a starless night.
You lighting a candle, carrying it naked
Into our bedroom and blowing it out quickly.
The dark pines and grasses strangely still.

E si ammassavano le nuvole

Sembrava il tipo di vita che volevamo.
Fragole di bosco e panna al mattino.
La luce del sole in ogni stanza.
E noi a camminare nudi sulla riva.

Qualche sera, però, ci siamo trovati
incerti sul domani.
Come attori tragici d’un teatro in fiamme,
con gli uccelli a ruotare in cerchio sulle nostre teste,
ed i pini scuri inspiegabilmente ancora lì fermi,
abbiamo calpestato ogni roccia insanguinata dal tramonto.

E poi di nuovo sul nostro terrazzo a sorseggiare vino.
Perché sempre questo senso di tragico finire?
Nuvole dalle sembianze quasi umane si ammassavano
all’orizzonte, mentre ogni cosa era piacevole
nell’aria mite ed il mare sereno.

Poi la notte ancora ci sorprese, una notte senza stelle.
Mentre tu accendevi una candela, nuda la portavi
in camera da letto ed in fretta la spegnevi,
ancora lì, inspiegabilmente fermi nel buio, i pini e l’erba.

trad. n.c., 2009

P i q u e t e r a s

 

Ci fa trovare insieme

 per le strade interrogato

 punto unico fermaglio tra menzogne

 di miriadi virgole pressate

 che dividono giorno da giorno

 ora da ora risveglio da notte… la fame.

E ci prende la sera senza avviso

con letargo di stomaci insani

vicini a precario pagliericcio

tra marciapiedi e sfacelo

 dell’ultimo ininterrotto

brusio calpestato cammino incerto

 di viandanti.

 Ci porta lontano la fame

 in quei sentieri segnati dal frastuono

di liberismo e dolo

sui nostri presenti vagabondi

sui solchi di terra non più arata

 in oceano di timorose silenziose

urla d’ameba.

Sconosciute miserie cupe

velate    frastornate    esistenze

percorrono ed agitano

 la città di buoni angeli stramazzati

su suolo povero rapinato depredato.

Spropositata…la fame!

 Stessa comune distanza da cibo letto casa lavoro

 diamo suono ai ventri vuoti

di tamburellante benigna attesa

 pretesto di risposte ovvie

 ad umanità violata        o v u n q u e.

E ci troviamo insieme

 trasportati da dita di merengue

 nei viali seminati dai nostri passi

vita ritrovata bolle irrequiete

salti su fuochi tra cartoni e occhiate di bimbo

nutrito da madri feroci,

 fiere indomate.