Giorno: 14 gennaio 2010

C’è nell’intimità degli uomini un confine (Anna Achmatova)

C’è nell’intimità degli uomini un confine
che né l’amore, né la passione possono osare:
le labbra si fondono nel terribile silenzio
e il cuore si spezza per amore.
Anche l’amicizia qui è impotente, e gli anni
pieni di felicità alta infiammata,
quando l’anima è libera e distratta
dal lento languore della voluttà.
Pazzo è colui che vi si appresta,
raggiungerlo è morire d’angoscia…
Ora puoi capire perché non batte
il mio cuore sotto la tua mano.

 

Postato da Antonella Troisi

Enzo Campi legge “Reflejos” di Natàlia Castaldi

REFLEJOS

Ti fossi stata notte
avrei abitato i sogni
in tango di stelle e luna

Nel riflesso del lago argentato
avrei intessuto caviglie e polpacci
in geometrie d’archi tra nuca e schiena

Ti fossi notte ancora
leverei cime di giunchi a scimitarra
per silenziare il ronzare delle ore

mentre la danza
s’increspa sulla pelle
alla deriva

(Natàlia Castaldi)

L’approccio critico a una poesia non dovrebbe mai essere univoco. Quantomeno dovrebbe prendere in considerazione vari aspetti. Non è sicuramente questo il luogo per analizzarli (travisarli) tutti, per cui concedetemi uno sguardo, per così dire, approssimato e obliquo.

Cos’è lo sguardo obliquo?
Tutto ciò che non si accontenta del semplice fluire sulle linee orizzontali rientra nella categoria dell’obliquità.

Partiamo dal titolo: “Reflejos”.
Consideriamone almeno tre accezioni: riflesso, riflessione, riflessività.
Non a caso la poesia si apre con una proposizione riflessiva: “ti fossi stata notte”.
Sembrerebbe una semplice asserzione, ma in realtà dice molto più di quanto non sembri a prima vista. Intanto, poco più avanti, si ripete differenziandosi in apertura della terza strofa.
Basterebbe solo questo a renderla il vero leit motiv della lirica.

Come sempre accade (o dovrebbe accadere) non è tanto importante dare risposte quanto continuare a proporre domande.
Accadimenti?
Cosa accade qui?
Molto semplicemente (si fa per dire) ci si dà attraverso una delocazione che permette il connubio tra due particelle pronominali: il “mi” del nome proprio e il “ti” della disappropriazione.
Il “ti” – ponendosi a favore del nome – è qui sostantivato, non solo grammaticalmente ma anche semanticamente.
Il “ti” rappresenta, a tutti gli effetti, la delocazione del soggetto.
Qual è il soggetto?
Molto semplicemente l’io. Un “io” che non si accontenta della sua condizione “al singolare” e che pretende la coabitazione con l’ “altro”.
Ma prendiamoci il tempo di arrivarci per gradi.
Una semplice particella pronominale apre le danze e fomenta il “transito” della parola.
Parole penetranti (“ti” fossi notte) e che avrebbero potuto penetrare (“ti” fossi stata notte).
La variazione del tempo verbale è già sinonimo di una variazione di genere.
Mi viene da usare un termine squisitamente derridiano: trans/partizione.
Quante volte appare il “ti”?
È presto detto: 2 volte.
Il “ti” si deloca, si rialloca due volte attraversando e attraversando-si nella pluralità dei suoi stati d’animo.
Variazione dello stato d’animo come variazione di genere (e di enunciato , – non a caso ho parlato di particella semantica)?
Un’ipotesi nemmeno tanto azzardata; basti pensare che il passaggio (trapasso, trans-passo, trans-partizione dei passi) ri-partisce i vari momenti allocandoli in uno spazio che è anche temporale (semanticamente: “il ronzare delle ore”; grammaticalmente: il passaggio dall’imperfetto al trapasato), non disdegnando inoltre di provvedere anche alla spartizione (spaziamento) delle parti di sé, alla ridistribuzione spazio-temporale delle “particelle” che compongono il suo nome e che mettono in scena il “récit” della disappropriazione.
In poche parole: il “ti fossi stata notte” enuncia un rimpianto e il “ti fossi notte ancora” enuncia un desiderio. In entrambi i casi si afferma una “mancanza”. C’è qualcuno o qualcosa (non importa chi o cosa) che non c’è e a cui ci si rivolge per riflesso, per riflessione e per riflessività.

Bisognerebbe qui considerare tutto il ventaglio delle particelle pronominali: il “si” del render-si (anche accentato e raddoppiato, alla Derrida: sì, sì ; che qui viaggia in un regime di simbiosi parentale con “vieni”, “vieni-mi”, “venir-ti”), il “ci” dell’esser-ci, il “mi” dell’eterno ritorno a sé, il “ti” del desiderio, il “vi” del dono, ecc.
Basti considerare (indagare, riflettere, disaminare, ponderare… tutti sinonimi di riflessione ) che esse vengono generalmente usate come complemento di termine al posto di “a me – a te – a sé – a noi – a voi”.
C’è quindi un qualcosa che parte da… e arriva a…
Un percorso (i passi da compiere… meglio se “danzati”) che presuppone un “dono”.
Pensate come una semplice (e sottovalutata) particella pronominale possa instaurare il seme della differenza e aprire la porta all’alea (in letteratura bisognerebbe sempre rischiare) delle accezioni, alla trans/partizione delle possibilità. Il “ti”, in tal senso, diventa possibilista, inaugura cioè il palinsesto dei “supplementi”. Il “ti” lascia sperare in un “a venire”, ovvero: sia al compimento del desiderio che al consolidamento della mancanza.
In nome di chi o di cosa?
In nome del soggetto che si deloca (che muove i propri passi, che provvede alla propria trans/partizione, anche disappropriandosi) e in nome di quella cosa che si chiama desiderio.
In nome = a favore del nome = pro-nome.
Cos’è il pronome?
Una micro-parola che sostituisce il nome, o meglio: che agisce per conto di un nome, o meglio ancora: in nome di un nome.
Ma anche pro-nome come porsi a favore del nome.
Non un nome assoluto. Non l’io preso nella sua unicità, né tanto meno l’io che basta a se stesso.
Il nome è qui pluralizzato, vive in funzione di un presunto connubio.
L’io (si) auspica il contatto con l’altro, e l’altro serve da tramite per permettere all’io di dir-si, di dar-si o quantomeno di sperare che ciò avvenga.
In quest’ottica il “ti”, la particella pronominale nomina un nome doppio.
Avviene così un raddoppiamento del destinatario: non solo l’io, non solo l’altro, ma l’io e l’altro insieme fusi e confusi (con-fusi).
Il “ti” (si) risuona, si offre all’ascolto (“ci” offre l’ascolto di sé), si consegna al pasto cannibalistico della fruizione (il “si consegna” in questo caso andrebbe permutato in “mi consegno”).
Ne converrete, qui non ci sono particelle univoche e singolarizzate.
Ogni parte di sé dicendo X presuppone l’esistenza di Y.
Ogni particella viaggia all’unisono con un’altra o con tutte le altre.
Cos’è il “con”?
Prossimità (render-si prossimi)?
Coabitazione (con-divisione delle distanze: “avrei abitato i sogni / in tango di stelle e luna”)?
Fusione?
Cos’è la fusione?
Un ripiegar-si l’uno nell’altro (quelle caviglie e quei polpacci disegnati in geometrie d’archi non sono forse flessioni e ripiegamenti?)
Cos’è la confusione?
Il carattere imprescindibile dell’amore e dell’eros?
Non stiamo forse parlando di amore e di desiderio?
No?

(Enzo Campi)

Vite Parallele, Franco Battiato

Mi farò strada tra cento miliardi di stelle

la mia anima le attraverserà

e su una di esse vivrà eterna.

Vi sono dicono cento miliardi di galassie

tocco l’infinito con le mani

aggiungo stella a stella

sbucherò da qualche parte,

sono sicuro, vivremo per l’eternità.

Ma già qui vivo vite parallele

ciascuna con un centro, con un’avventura

e qualcuno che mi scalda il cuore.

Ciascuna mi assicura

addormentato o stanco

braccia che mi stringono.

Credo nella reincarnazione

in quel lungo percorso

che fa vivere vite in quantità

ma temo sempre l’oblìo

la dimenticanza.

Giriamo sospesi nel vuoto

intorno all’invisibile, ci sarà pure un Motore immobile.

E già qui vivo vite parallele

ciascuna con un centro, una speranza

la tenerezza di qualcuno.

Tu pretendi esclusività di sentimenti

non me ne volere

perché sono curioso, bugiardo e infedele.

Qui vivo vite parallele

ciascuna con un centro, con un’avventura

e qualcuno che mi scalda il cuore.

Oceano

 

(per Celeste, donna, folle, suicida, dimenticata)

uso abuso
usura
di neuroni tamponati
con chimiche attenzioni
colpi di vento
e volano via
a rincorrere foglie
d’oscena fragilità
abuso di collegamenti
terminazioni nervose
che s’inceppano
sinapsi troppo veloci
o troppo lente
o semplicemente inesistenti
ed allora?
dondolìo autistico
sotto coperte gelate
ore minuti secondi
scanditi dalla dura madre
pensieri girotondo
fermati solo
dalle sbarre
della scatola cranica
che pare esplodere
in un caleidoscopio di panico
niente cinemascope
solo piccoli innafferrabili
buchi neri
in cui s’annaspa
nascondendo il viso
dentro mani graffiate
sinapsi scollegate
schizofrenia vagante
e gli altri?
universo mondo
d’ostracismo velato
o platealmente palese
corpi che si scostano
lentamente
con bocche ghignanti
di parole sul disagio
forse che una nuova lebbra
distacchi pelle e carne
dalle loro ossa?
solo pensieri ammalati
intrappolati nel dolore
da tempi lontanissimi
dolore impietoso
che inaridisce i giorni
rifugio ultimo
di menti sfuggite
dalle grinfie della normalità
ma si osserva
a volte
quando rughe sorridono
trasparenza di vene
acqua pioggia
rugiada neve
candore esterrefatto
che annusa il cielo con corpo animale di bambina intriso d’oceano.