Giorno: 12 gennaio 2010

Nel Nome del Padre

© photos by Stanislas Guigui

ed è nel nome del padre
che offriamo i figli in braccio
sul golgota di un credo
della sofferenza che non sfama ma uccide
su questi piedi scalzi
su queste pietre aguzze
in cammino
verso l’arcadia e il pensiero
mentre una lama sottile
mimetizza l’odio
e il dolore di un nome
che alla sera,in ginocchio,preghiamo
tacendo le parole di chi non ha voce

da “Vertigini Scomposte”, Ed.Smasher 2009
Antonella Taravella

Canzone d’amore (Herman Hesse)

Per dire cos’ hai fatto di me,
non ho parole.
Cerco solo la notte fuggo davanti al sole.
La notte mi par d’oro
più di ogni sole al mondo,
sogno allora una bella
donna dal capo biondo.
Sogno le dolci cose,
che il tuo sguardo annunciava,
remoto paradiso di canti risuonava.
Guarda a lungo la notte
e una nube veloce-
per dire cos…’ hai fatto di me,
non ho la voce.

A Canaria- di Vincenzo Mancuso

un tempo avevamo una voliera, era grande come una casa, l’aveva costruita mio padre per dare asilo alle tortore per cui andava pazzo. Lasciava le porte aperte, nessuna scappava, anzi, arrivavano tantissime altre specie. Mio padre curava i malconci, li rimetteva in sesto ma non chiudeva mai le porte. Quando entrava per le pulizie gli uccelli gli si posavano sul corpo senza sporcarlo mai, sembrava che avessero da dirgli le impellenze o i desideri, come fanno i figli con i genitori. Ricordo che era felice lì in mezzo, era come se il mondo lo sentisse più leggero, a l a t o.

Stammatìna na Canaria

s’è fermata for’ ’a loggia

se appuiata ‘ncòppa e’piante ’e rose

e ha accumminciato a cantà.

Nu canto accussi bello e fino

c’à nun aggio  putute fa ’a meno

‘e arapì ‘a fenesta pe’ guardà.

Songo asciuto fora, ancora chino ’e suonno

e  senza paura

s’è avvicinata ’a mme muvenne ’a capuzzèlla

comme si vulesse dì: Bongiorno!

Comme sarà bello, aggio penzàto,

avè na Canaria comme amica

cantà e pazzià cu’ essa tutt’ ’a jurnata,

però io vulà nun saccio

e m’accuntento d”a vedè ogni tanto fora ’a loggia

ca me fa na serenata

P”a ringrazià d”a cumpagnìa

ci’aggio dato na mullechella

– m’ha guardato , l’ha pezzecàte na vota e po… l’ha lassata –

Và, và vola Canaria, ci’aggio ditto

tiene sta furtùna

và e dimàne tuorne ccà

a me cuntà

‘e chello ca ‘ncielo  s’è parlato

.

Riferimento:

http://www.partecipiamo.it/Poesie/nuova_poesia/mancuso/vincenzo.htm

Il grido ed altri rumori

Ugo Guidi, "Il Grido"

Se hai la voce che

pende

da un cappio

legato all’ugola, allora

la senti

mentre ti strozza

la gola,

cercando di rapire le parole

che inutilmente penzolano

sul nulla

dal palato.

Solo un grido

che parta dalle viscere

può

rompere il silenzio

di cristallo

e aprire le porte al suono del non

detto.

Però

intorno

si sentono solo

flatulenze semantiche

e qualche lontana

scorreggia.

Girotondo otto – al g8

Hieronymus Bosch - The Garden of Earthly Delights - The exterior (shutters)

Come girano mordendosi le code

 uno con l’altro cappelli e pulci!

 Sembra il circo della mia infanzia

quando mia madre mi teneva la mano

 davanti ai pagliacci, Che paura!

Dopo si deliziava nel ruolo di mamma scimmia,

scrupolosa e intenta cercando uova viaggianti

 sui nostri capelli lucidi e fluttuanti,

 ancora legati al funambolo di scena!

 Ed ora? come me tutti cresciuti

assisto al penoso girotondo

di grandi miseri della terra

che spostano corte e cortigiani altrove,

 dove neanche la terra c’è più,

fragorosamente crollata nel potere del cemento!

Chi mai li ha voluti i loro banchetti sull’isola

liberata da armamenti e sfoggio di belligerante attesa!

 Chi si è ingannato ed inganna nel rivendicare le ossa di fine pasto,

 si accontenti ora di colonne infami che bucano il cielo a quadretti,

cemento e ferro, e sempre fame, immobili nel tempo,

al posto di secolari querce.

E continuano a mordersi la coda e le mani,

magari il ventre sempre colmo,

 rivendicando possesso ancora,

 tacendo sull’isola che di granito è fatta,

di vento e ginestre, di marea che avvicina e porta via!

 I potenti si divorino pure,

 gli indigeni compiono riti di ringraziamento agli dei dispettosi.

Poesia Dorsale

La Poesia Dorsale è un “esperimento” fotografico-letterario nato da una idea di Silvano Belloni (fotografie) e Antonella Ottolina (poesie). Ogni singola poesia è stata costruita utilizzando i titoli che appaiono sui dorsi di svariati libri, ognuno dei quali – messo l’uno sotto l’altro – rappresenta un verso. Una idea originale che emana bellezza. Ma, come si chiedono gli autori, “La bellezza salvera il mondo? Nel labirinto dell’ intelligenza la verita’ non serve a niente”.

Per fare tana

Per fare tana
dentro me stessa
una me stessa di lan(i)ata
in corpo rata con milioni di altri
soli alla fermata
corrente nel rebus dell’insensata p(r)osa

– conosci nella vita te stesso. –

Ma quale? E dove mi cerco?
Me, me stesso? Lo cerco come un altro?
Steso tra l’inizio e ciò che non so ho
già in corpo la fine
una pneumatica algebra di respiri e
compilate azioni logiche di topo-
grafie di pazzi.
Pa(la)zzi per ronde manicomiali
esecrate gesta altergo
di un alter ego che si riformula in scopie del niente.

Niente è
ciò che viene
detto
è la parola so(g)l(i)a
una frantumazione di qualcosa che copre il corpo
che lo brucia in-cene-rendo
un pasto consumabile.
Giochi
pretesti
summe te-o
logie di post-azioni
referendum elettor(e)ali
di uno sperpero continuo
all’interno di un fallo che si erge a maestro.

Non c’è altro?
Delirio la caduta è
senza fine?

In utile l’ inizio?

P(r)osa dio?

E l’essere un grumo
di fum(m)o?

.

f.f.- 12 gennaio 2010