Mese: gennaio 2010

La carne divina della poesia: Miguel de Unamuno, José Hierro & María Zambrano post di natàlia castaldi)

Piensa el sentimiento, siente el pensamiento;
que tus cantos tengan nidos en la tierra,
y que cuando en vuelo a los cielos suban
tras las nubes no se pierdan.
[…]
No el que un alma encarna en carne, ten presente,
no el que forma da a la idea es el poeta,
sino que es el que alma encuentra tras la carne,
tras la forma encuentra idea.
 
“Credo poético”, Miguel de Unamuno 
In queste sere grige
dall’ Antologia Poetica di Miguel de Unamuno
Fussi Editore – 1949
v.v. 23-54
[…]
Fu ciò che fu ? Chissà ! …
La nave solca l’oceano infinito
e nei suoi cristalli,
tutti eguali,
non lascia traccia del suo errante solco
né orma nel suo grembo.
No, è soltanto,
la nave stessa, sì, rapida o lenta,
quella che conserva le onde che passarono,
o quelle che furono soltanto
sogni del mare.
Su questa nave non portiamo forse
ciò che solo sognamo
e sogno soltanto è stato ?
Dell’illusione al vento va la vela
e la scia annullata,
ma le onde, le brezze,
sorrisi dei mari e dei cieli,
di aneliti colmano la nave deserta
che non sa dove va.
E nel suo cammino, breve o lungo,
questi aneliti sono il suo carico:
ciò che sognamo è il nostro tesoro,
il nostro capitale,
l’oro di illusioni che guadagnamo,
ricchi di sogni,
e padroni solo dell’ideale.
Ricorda, dunque, o sogna tu, anima mia,
– la fantasia è la tua sostanza eterna –
ciò che non fu:
con le tue immagini diventa forte,
questo è vivere, il resto è morte.
***
Successione di frammenti tratti dal libro “Claros del bosque” di María Zambrano,
accompagnati dalle note di “Per Alina” del compositore Arvo Pärt

***

«Il poeta vive secondo la carne, anzi all’interno di essa. Ma la penetra a poco a poco, si insinua al suo interno, s’impadronisce dei suoi segreti e, rendendola trasparente, la spiritualizza. La conquista a vantaggio dell’uomo, poiché l’accoglie in sé assorbendola, eliminando la sua estraneità».
«Il poeta, poiché non cerca ma trova, non sa come chiamarsi. Dovrebbe adottare il nome di ciò che lo possiede, di ciò che lo prende colmando la dimora della sua anima, dell’impeto che lo trascina. Ma non sarebbe facile, perché solo a volte si sente rapito; altre volte si sente afferrato, irretito in sogni informi privi perfino di impeto, si sente vivere nella carne quando la carne è ancora opaca e non è stata resa trasparente dalla luce della bellezza. Come potrebbe chiamarsi il poeta? Perso nella luce, errante nella bellezza, povero per eccesso, folle per troppa ragione, peccatore in stato di grazia».
«E tutti questi mondi, prima ancora che di leggi, di ragioni o di altre cose pratiche, hanno bisogno della poesia, che sa capire le cose schiave, ascoltare la loro voce e avvicinare la loro immagine fuggevole».
«Il miracolo della poesia sorge in pienezza quando nei suoi istanti di grazia ha trovato le cose su questo fondo ultimo, le cose nella loro peculiarità e nella loro verginità; le cose rinate dalla loro radice. Ormai l’uomo, l’esistenza umana, la sua angoscia, la sua problematicità, sono stati annullati. La poesia annulla il problema dell’esistenza umana, là dove si manifesta. Ormai l’uomo è solo voce che canta e manifesta l’essere delle cose e di tutto. L’uomo che non si è arrischiato a essere se stesso, l’uomo perduto, il poeta, possiede tutto nella sua diversità e nella sua unità, nella sua finitezza e nella sua infinitezza. Il possesso lo colma; trabocca di tesori chi non si è ostinatamente impegnato a afferrare la propria vacuità, chi per amore non ha saputo chiudersi a nulla. L’amore l’ha fatto uscire da sé, senza che potesse mai più riaccogliersi; ha perso la sua esistenza e ha guadagnato la totale epifania, la gloria della presenza amata».
María Zambrano
*** *** *** ***
José Hierro maturò la propria esistenza ed espressione poetica durante gli anni di prigionia nelle carceri franchiste, cui fu costretto insieme al padre, dal 1939 al 1944, per aver partecipato agli scontri della Guerra Civile Spagnola tra le fila repubblicane.
I lutti, le torture e la morte del padre a causa degli irreversibili danni fisici subiti nel corso della prigionia, segnarono l’esistenza e la poetica del giovane Hierro, che negli anni della prigionia, appunto, fece della sua attività poetica espressione di resistenza e dialogo con i compagni di lotta con lui detenuti, animandoli, sostenendoli, mantenendo sempre accesa una luce di speranza che, pur non sfociando in una vera e propria espressione di fede religiosa – giacché il poeta non riconobbe mai l’esistenza di un dato Dio – si abbandonava tuttavia, a riflessioni intimistiche, che tradiscono l’influenza del pensiero di Miguel De Unamuno (nell’aspirazione e necessità dell’uomo di ricondursi ad una fede come unica via di speranza) e di Marìa Zambrano riguardo la sua concezione  “poetica”, intesa come estremo relazionarsi al senso intimo dell’esistenza umana anche attraverso l’esperienza fortificatrice del dolore. E’ dunque ancorandosi alla speranza della poesia che egli si sopravvive nelle avversità, rinascendo”, quindi, ogni giorno rinnovato nel pensiero lungo un percorso di maturazione che solo il cuore può sperimentare attraverso la metabolizzazione della sofferenza, restando sempre in totale aderenza terrena ai fatti dell’uomo, per poi trascendersi a viso aperto nell’esperienza altra ed alta della morte.
 
natàlia castaldi
LE NUVOLE
 
Inutilmente interroghi.
I tuoi occhi guardano il cielo.
Cerchi, dietro le nuvole,
orme che si è portato via il vento.
Cerchi le mani calde,
i visi di quelli che sono stati,
il circolo dove marcano
suonando il loro strumenti.
Nuvole che erano ritmo, canto
senza fine e senza inizio,
campane di schiuma pallide
ribaltando il loro segreto,
palme di marmo, creature
che girano al ritmo del tempo,
imitando alla vita
il suo perpetuo movimento.
Inutilmente interroghi
dalle tue palpebre cieche.
Che fai guardando le nuvole
José Hierro?
(da Cuanto sé de mi, 1957)
*
 
ACCANTO AL MARE
 
Se muoio, che mi mettano nudo,
nudo accanto al mare.
Saranno le acque grigie il mio scudo
e non si dovrà lottare.
Se muoio che mi lascino da solo.
Il mare è il mio giardino.
Non può, chi amava le onde,
desiderare un’altra fine.
Sentirò la melodia del vento,
la misteriosa voce.
Sarà finalmente vinto il momento
che miete come falce.
Che miete incubi. E quando
la notte inizierà ad ardere,
sognando, singhiozzando, cantando,
io nascerò di nuovo.
(Quinta del 42, 1953)
*
L’INDIFFERENTE
 
Adesso saremo felici,
quando non c’è niente da sperare.
Che cadano le foglie secche,
che nascano da fiori bianchi,
che importa!
Che splenda il sole o che arpeggi
la pioggia sul vetro,
che tutto sia menzogna
o sia tutto verità;
che regni sulla terra
la primavera immortale
o che declini la vita,
che importa!
Che ci siano musiche erranti,
che importa!
A che fine vogliamo musiche
se non c’è niente da cantare.
(da Alegría, 1947)
 *
 
COLUI CHE DÀ L’ALLEGRIA
 
Sii come il fumo: sali,
pensa che evitandoti
nessuno dirà “ti ho avuta
e ho potuto misurarti”.
Sii come il sogno: canta,
incanta all’addormentato.
Ci apre la tua gola
il cuore fiorito.
Sii il vino che ubriaca
e per vizio si ama;
non il sandalo che la scure
profuma, che lo ferisce.
Anima che luccica e rimane
risuonando nell’uomo.
Ma che nessuno possa
indovinare il suo nome.
(da Alegría, 1947)
*
 
BENCHÉ IL TEMPO MI CANCELLI DA VOI
 
Benché il tempo mi cancelli da voi
la mia gioventù darà la morte al tempo.
E allora, senza parlarmi, senza parlarci,
così chiaramente ci capiremo,
e che bello vivere tra di voi
sognando i vostri sogni.
Passerete davanti all’albero, al fiume
bagnerete il vostro corpo
e vi riempirà un’antica e profonda grazia,
un remoto mistero,
come se l’albero o come se l’acqua
galleggiasse prima nel vostro ricordo,
come se qualcuno avesse vissuto prima
la vita che portate nei vostri corpi.
Così condivideremo i nostri mondi
nel fondo dei vostri pensieri.
(da Alegría, 1947)
José Hierro
*da Poesie scelte, Raffaelli Editore, Rimini 2003 – Traduzioni a cura di Alessandro Ghignoli
*** *** *** ***

***

Canto serale (Georg Trakl)

 

La sera, se andiamo per oscure vie,
smorte ci incontrano le nostre ombre.
Ora chi ha sete
beva le bianche acque dello stagno,
dolci i lamenti della nostra infanzia.
Morti in riposo sotto il folto sambuco
guardiamo grigi gabbiani.
Nubi primaverili coprono la città buia
che tace i tempi di monaci eletti.
Quando io presi la tua mano esile
battesti piano gli occhi rotondi:
ora è perduto.
Ma se una buia armonia penetra l’anima
appari tu bianca ai paesi autunnali del cuore.

de-formata parola- fernanda ferraresso

Note: si tratta di un breve stralcio video, un riassunto di quell’evento, relativo ad un allestimento curato da mio figlio Tommaso, in occasione di una mostra organizzata come prova d’esame. Lui scelse di lavorare sulla mia parola, elaborando delle riprese particolari, montate poi in video, con elaborazione audio in sequenze scelte per separare, sottolineare, a volte disintegrare o ripetere dei suoni, servendosi anche dei rimbalzi e delle frantumazioni prodotte dallo spazio dell’allestimento, all’interno dei laboratori del centro di fisica nucleare di padova.

Antonio Moresco – Zingari di merda

Dovrebbe essere, anzi, è  la regola alla base di ogni tentativo di comprensione. L’ andare un po’ più in là del nostro naso. La conoscenza dell’uomo, quella vera, quella profonda, viene dal transito. Dal passaggio in casa sua, fra le sue rovine. Questo libro è un viaggio, fatto a bordo di una vecchia Bmw da Antonio Moresco e Giovanni Giovannetti. Accompagnati da Dumitru, uno zingaro di merda (così si prendono affettuosamente in giro i Rom, chiamandosi con il nostro insulto). Un viaggio in Romania mosso da una semplice e logica domanda: andiamo a cercare di capire perché. Perché tutta questa gente viene da noi accettando di vivere nelle condizioni più misere? Perché sta nei campi, in mezzo ai topi? In baracche?

Il racconto di Moresco è tagliente come il freddo di dicembre (periodo dell’anno in cui si è svolto il viaggio), preciso, duro e commovente. Gli incontri sono terribili e bellissimi. Tutto è così vicino e così distante. Antonio e Giovanni si muovono, parlano, mangiano con  i Rom di Slatina e Listeava. Famiglie intere, ragazzi che sono già stati in Italia e rispediti indietro. Parecchi sono stati a Pavia a lavorare alla Snia (lo stesso Dumitru). Lo ricordate quello schifo?  Qui è peggio. I Rom vivono in baracche, senza pavimento, senza niente. In buche scavate nel terreno, come i morti (le foto di Giovannetti sono impressionanti).

Che grande contraddizione tutta questa miseria, nascere in mezzo a questo niente nel cuore d’Europa. Eppure essere bambino e, ogni tanto, sorridere. I bambini dovrebbero giocare e andare a scuola. Ovvio, no? Tutti i bambini, tutti quanti.

Qui la gente sta male, di merda. Lo senti in ogni parola che Moresco scrive. Senti l’impeto, la dolcezza, l’incazzatura. Senti che bisogna fare qualcosa.

“Zingari di merda” è un libro che consiglio a tutti, è un libro che farei leggere nelle scuole. Grazie a Antonio e Giovanni per il coraggio del viaggio. Per avercelo raccontato così.

**********

@ Zingari di merda – collana Stellefilanti ed. Effigie – di Antonio Moresco. Foto di Giovanni Giovanetti

 

@ recensione di gianni montieri

 

Avvistamenti poetici (post di natàlia castaldi)

Immagine trovata in rete – autore Raddatz

Si consiglia la lettura delle poesie di Stefania Crozzoletti, oggi ospite di Francesco Marotta

presso “La dimora del tempo sospeso”

Buona lettura.

the meltin’po(e)t_s

Walt, dove sei?

Al Presidente del Consiglio e all’Italia che la pensa allo stesso modo.

Lascia

ciò che chiami Io

sospendersi nell’Altro

Ti sorprenderà

non riconoscere che

te.

L.B.

To a Stranger

Passing stranger! you do not know how longingly I look upon you,

You must be he I was seeking, or she I was seeking, (it comes to me as a dream),

I have somewhere surely lived a life of joy with you,

All is recall’d as we flit by each other, fluid, affectionate, chaste, matured,

You grew up with me, were a boy with me or a girl with me,

I ate with you and slept with you, your body has become not yours only nor left my body mine only,

You give me the pleasure of your eyes, face, flesh as we pass, you take of my beard, breast, hands, in return,

I am not to speak to you, I am to think of you when I sit alone or wake at night alone,

I am to wait, I do not doubt I am to meet you again,

I am to see to it that I do not lose you.

(Foglie d’Erba, Walt Withman, 1867)

*

A uno straniero

Straniero che vai! Tu non sai con quale desiderio io guardo a te,

Tu devi essere colui che stavo cercando, o colei che stavo cercando, (m’arriva come un sogno),

Ho sicuramente vissuto da qualche parte una vita di gioia con te,

Tutto ritorna quando ci passiamo vicini veloci, fluidi, affettuosi, casti, maturi,

Tu sei cresciuto con me, fosti fanciullo con me o giovinetta con me,

Io mangiai con te e dormii con te, il tuo corpo ha iniziato ad essere non solo il tuo né ha lasciato il mio corpo mio soltanto,

Mi offri il piacere dei tuoi occhi, della tua faccia, della tua carne, mentre ci attraversiamo, prendendoti la mia barba, il mio petto, le mie mani in cambio,

Non devo parlarti, devo pensarte a te quando siedo in solitudine o mi sveglio di notte tutto solo,

Devo aspettare, non dubito di doverti incontrare ancora,

Devo fare in modo di non perderti più.

(traduzione libera non richiesta)

attraversando jabès

Edmond, i libri passano in un attimo, sono bellezza brevemente, esistono parole leggere perché è il silenzio quel che pesa.

Ti chiederei di rimanere ma sono io che continuamente cerco riparo oltrepassandoti, perché adesso abbiamo chiamato il futuro domani per cercarci più in la o per portarci appresso il senza peso dei fogli nella tasca.

E’ da una necessità che ci si manca, dalla banalità della somiglianza.

Ogni interrogazione Edmond si sostiene con le parole che la trattengono, chiedere diventa la costante di un tempo che si fa più fragile per l’impossibilità di pensarsi più lungo, ed è sempre dalla nostra mediocrità che ci avviciniamo alle cose.

Me l’hai insegnato tu che immaginare è un’aggiungere impreciso.

In ogni pronuncia Ed fuggiamo dal volto, fuggiamo per difetto, perché così facendo ci illudiamo che l’esilio sia lo spazio del ritrovo.

Chi si dice senza radici ha già trovato il luogo delle sue parole, e ti ho sentito sostenere che luogo è uno degli altri nomi di Dio.

Credo sia nell’umiltà che non ci si debba sentire “ostaggi del silenzio”.

Credo Edmond che ogni gesto sia un testo all’infinito, ma io per ora del mio niente mi accontento, perché a volte sembra grande ogni piccolo in rivolta.

Mi accontento di un capriccio alleggerito, di una porta con la scritta uscita.

Alessandro Assiri

Mark Strand: la metafisica dell’assenza – due poesie (post di natàlia castaldi)

Mark Strand
Mark Strand

Moon,  Mark Strand

Open the book of evening to the page
where the moon, always the moon appears

between two clouds, moving so slowly that hours
will seem to have passed before you reach the next page

where the moon, now brighter, lowers a path
to lead you away from what you have known

into those places where what you had wished for happens,
its lone syllable like a sentence poised

at the edge of sense, waiting for you to say its name
once more as you lift your eyes from the page

close the book, still feeling what it was like
to dwell in that light, that sudden paradise of sound.

*

Luna

Apri il libro della sera alla pagina
in cui la luna, sempre la luna, ancora appare

lì tra due nuvole, muovendosi piano, così piano che sembrerà
siano trascorse ore prima che possa voltare alla pagina seguente

lì dove la luna, più luminosa ora, fa approdare un sentiero
che ti conduca via da ciò che hai appreso

dentro i luoghi in cui tutto quello che avevi sperato si avvera,
la sua sillaba solitaria come un bisbiglio penzoloni

al margine del senso, ad aspettare che sia tu a pronunziarne il nome
ancora una volta staccando lo sguardo dalla pagina

chiudendo il libro, ancora sentendolo così com’era
quel sospendersi nella sua luce, quell’inatteso paradiso del suono.

*

Eating Poetry, Mark Strand

Ink runs from the corners of my mouth.
There is no happiness like mine.
I have been eating poetry.

The librarian does not believe what she sees.
Her eyes are sad
and she walks with her hands in her dress.

The poems are gone.
The light is dim.
The dogs are on the basement stairs and coming up.

Their eyeballs roll,
their blond legs burn like brush.
The poor librarian begins to stamp her feet and weep.

She does not understand.
When I get on my knees and lick her hand,
she screams.

I am a new man.
I snarl at her and bark.
I romp with joy in the bookish dark.

*

Mangiare poesia

Cola inchiostro dagli angoli della mia bocca.
Non c’è felicità pari alla mia.
Ho mangiato poesia.

La bibliotecaria non crede ai suoi occhi.
Ha gli occhi tristi
e cammina con le mani chiuse nel vestito.

Le poesie sono scomparse.
La luce è fioca.
I cani sono sulle scale dello scantinato, stanno salendo.

Gli occhi ruotano le orbite,
le zampe chiare bruciano come stoppia.
La povera bibliotecaria comincia a battere i piedi e a piangere.

Non capisce.
Quando mi inginocchio e le lecco la mano,
urla.

Sono un uomo nuovo.
Le ringhio, abbaio.
Scodinzolo di gioia nel buio libresco.

*

Trad. natàlia castaldi, 2009

________________________

 Mark Strand e la metafisica dell’assenza

Mark Strand nasce nel 1934 a Summerside, nella Prince Edward Island in Canada, ma cresce negli Stati Uniti ed attualmente vive a New York. Il suo modo di fare poesia è abbattimento di regole e catene della tradizione lirica, la sua poesia si fonde alla prosa senza perdere il piacere della pausa, del respiro, del ritmo intrinseco alla narrazione stessa. La poetica di Strand penetra il pensiero tuffandolo e vestendolo di sogno e realtà, come un entrare ed uscire da un tunnel, come un meditare aprendo e chiudendo gli occhi …: verità e fantasia si fanno esperienza sensibile che si fonde al vissuto, cui egli dà le sue risposte attraverso i versi che assumono forme nuove, quasi un elenco di “pensierini” a volte, apparentemente semplici come innocue gocce d’acqua, che alla fine dell’intera lettura lasciano il segno sulle labbra come il tocco dell’acqua sulla nuda pietra.

Della semplicità si può fare arte complessa, quasi irraggiungibile: la perfezione della linea retta che si ricurva inseguendo dolcemente il suo percorso per poi puntualmente tornare diritta al punto di partenza. Una poetica delle domande, mi verrebbe da dire, in cui Strand si risponde scrutandosi, sempre interrogandosi sull’idea delle cose reali. Ne risultano risposte a volte apparentemente spezzate che racchiudono in sé il senso di un pensiero vasto e profondo che sembra non raggiungere mai se stesso, mai, fino a divenire anch’esso nuovo interrogativo, nuova ricerca, nuova meditazione, altra/alta poesia. Il senso dell’assenza come presenza piena, quasi metafisica, la descrizione della quotidianità che scorre nel tempo, nei giorni, uguale a se stessa, permea di un senso di tristezza versi che si arricchiscono di immagini potenti ed evocative senza risultarne appesantiti nella loro logica fluidità.

 “fissare il nulla è imparare a memoria
quello in cui noi tutti verremo spazzati”

Un’attesa graffiante della morte, descritta con la nudità e la crudezza dell’esorcizzazione di chi la fissa dritta negli occhi con atteggiamento coraggioso e disilluso, aspettando senza fretta, gelidamente quasi, la propria fine. Di sé Strand dice di raccontare sempre la stessa «vecchia storia», quella «sui minuti che muoiono e le ore, e gli anni», la storia «di me stesso, di te, di tutti».

 natàlia castaldi

Fernanda Romagnoli (1916-1986)

“[…] credo che Fernanda sia stata schiantata dalla sua dolorosa capacità di gioia in una vita povera di eventi esteriori ma agitata da grandi tempeste interne, che poco o niente dovettero apparire all’esterno, se non nella mediazione dei versi […]”

(Donatella Bisutti, IntroduzioneIl tredicesimo invitato di Fernanda Romagnoli, Libri Scheiwiller, 2003).

 

IL TREDICESIMO INVITATO

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se alcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito «Sto per piangere!»
E all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.

*

FALSA IDENTITÀ

Prima o dopo qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. È di donna straniera
la faccia tra i capelli in giù sporta
che subito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. Qualcuno
prima o dopo lo scopre. Ma intanto…
Lei a proclamarsi non esita,
lei mostra il mio biglietto da visita.
Io nel buio, in catene, a un palmo
da voi di distanza, sul muro
graffio questa riga contorta:
testimonianza che mio
era il nome alla porta, ma il corpo
non ero io.

*

CONIUGALE

E affacciati guardano fluttuare
questa frangia di sera sui palazzi,
che di sprazzi vermigli ci colora –
polene di balcone
fianco a fianco per vizio coniugale:
che cosa, strenuamente,
resiste in noi – che cosa, più reale
di quello che tentammo
o che insieme sbagliammo dall’inizio,
sale dal fondo e annaspa nella mente
per attestare che è vera, che esiste,
ch’è nostra – come un figlio anche malvagio
è nostro – come la vita, anche se sanguina
chinandosi come quest’aria di mezza sera?

*

RAGAZZA

Che vuoi da me, ritratto, ardente viso,
pupilla come l’ape del mattino,
guancia che sottilmente sulla tempia
sfuma in sorriso? Mi torturi invano
col tuo splendore. Nulla che si compia
rimane intatto: a renderti divino
era l’attesa. E questo volto umano
che m’affronta ogni sera allo specchio,
ogni sera più nudo, prosciugato
sulle crepe dell’anima: io l’accetto.
Dunque perché il tuo palpito mi strazia?
Che vuoi da me, ritratto
di quand’ero ragazza?

*

TU SAPESSI

Tu, che senza sospetto mi sei amico,
non osare cercarmi. Tu sapessi.
Quest’amore che s’apre a tradimento
dentro di me – questo coltello a scatto,
affilato in cantine d’insonnia
e di vergogna, sepolto nel cuscino
a tormento dei sogni – cerca te.
M’inebrio al colpo che t’assalirebbe
all’altezza dell’anima. M’inebria
pensare come il volto
ti si farebbe pallido, e smarrita
l’onestà dello sguardo.
Chiaro sguardo – offuscato.
Animo – morsicato. Per mia colpa.
Tua Eva, divenuta, tuo serpente –
io – battezzata!

*

PUGNALE

Lancinante, presente alla coscienza,
all’unisono col risveglio,
in anticipo sulle ciglia,
fra costa e costa è qui:
mia piaga, mio tormento, mio pugnale.
Come respirerò. Come potrò
vestirmi, camminare.
Decidere che voglio e che non voglio.
M’aggrappo alla mia gruccia di pazienza.
Penso che il mio dolore a poco a poco
pungerà meno (e questo anche fa male,
ché con lui tutto il resto avrò perduto).
Penso: «Di ieri batte già più fioco:
nulla d’umano eternamente dura».
Poi di soppiatto s’alza la memoria
vibra una proditoria
botta all’impugnatura.

*

Fernanda Romagnoli, Il tredicesimo invitato e altre poesie, Libri Scheiwiller, 2003

 

Cantucci – selezione di inediti di Carla Bariffi (post di natàlia castaldi)

Svelami l’occhio
premuto dal palmo
le mille conchiglie
– la sabbia –
che sfugge il suo suono.

*

Ti sorprende – e sei solo –

la paura

e nel buio ti rimescola la carne

ogni simbolo ti scoppia

dentro un petto senza spazio.

 
 

 

Elio Copetti – http://elio3.splinder.com

 

*

Banalità del bene

leccarsi le ferite

spurgare una forma

– accondiscendere –

La rabbia permette lo sputo

coscienza più tenera

sotto.

*

Ocra

dal fuoco della lingua

caratteri neri, le sfumature rosse

composta scompostezza del taciuto

elevazione d’ossa, la falda nel tumulto

– il gambero è sommerso – 

 *

Elio Copetti

*

L’urgenza

di scrivere scriverti adesso

l’urgenza di dire

– le cose –

Le parole fuggirebbero

se solo…

L’orecchio disegna

la debole curva del suono

s’inclina – lingua nella sua cavità –

entra piano.

*

Il guizzo del bicipite

lucido disteso abbraccia le ginocchia

lo sguardo sta dietro

la pelle,

la nuca che mostra il profilo

cartilagine perfetta dentro il cerchio

percorrere la forma,

percorrerti la linfa

– nudità dimora in arte –

 

Raccoglierti così. *

Elio Copetti – Mela

*

Sgranare i rosai

sgranare dai semi la rosa

che riempie i rosai.

le rose dei rossi rosai

– rinvenire –

 

(bellezza dei rosai).

*

Cola

gronda e cola

– imprendibile –

orchidea nella mente

geometria dentro il collo.

Slegami e lega!

quei nodi che poi

non sai slegare.

 

Nel rantolo la bocca non si asciuga.

 
 

 

Elio Copetti

*

 

In simboli scomponi le mie trame

rotondità contenute

nell’azzurro del tuo palmo.

Le dita sanno

la traccia in goccia d’anima sul dorso.

*

Intingi nel profilo le tue dita

che gusto ha

la grazia?

*

S’infila

inclinato nella cruna

questo senso d’impotenza

questo grumo aggrovigliato di distanza.

 
 

 

Elio Copetti

 

*

Imbastire

lungo i fili della vite i tuoi pensieri

nei tratteggi dove sostano le dita

– fare piano –

quasi fosse un alfabeto.

*

Nella eco senza fine

senza posa

la natura che procede

indifferente sà

l’animale si nasconde

nel silenzio

e nel silenzio osserva.

Così vorrei che fosse

lontano dal risucchio delle voci

 

[lontano ma dentro].

*

Attingere

la forza oltre misura

da dove il mare freme

– l’odore nell’aria ha un sapore –

*

Polifonia

questo sentire

il suono bianco alzarsi,

la mano – calda – entrare.

 
 

 

Elio Copetti

*

Ridonda

sulla pelle con urgenza

domanda in simbolo schiusa

– accogliere un silenzio –

 *

Le chiazze

si spargono ampie in ampi disegni

sul lago gelato, d’estate

– incontro di guglie –

*

Lamponi

inaccessibili tra i rovi

osservano osservo osservarmi

– la mia fame –

 

Carla Bariffihttp://chapucer.splinder.com/

___________

Le immagini utilizzate come controcanto ai versi di Carla, sono state “rubate” all’artista Elio Copettihttp://elio3.splinder.com

Il legame di stima ed amicizia che mi lega a Carla ed Elio, ha permesso questa bellissima sinergia poetica, che va oltre un post, un blog, le parole.

n.c.

 

Per non dimenticare… ciò che ancora accade sotto i nostri occhi

Discorso parlamentare pronunciato il 15 gennaio 2009 dal deputato britannico ebreo Gerald Kaufman, la cui famiglia in Polonia fu in gran parte inghiottita dalla Shoah, una persona dalla inattaccabilità biografica formidabile.

Sono stato cresciuto come un ebreo ortodosso e un sionista. Su una mensola in cucina c’era una scatola di latta per il Fondo nazionale ebraico, dentro la quale mettevamo le monete per aiutare i pionieri a costruire una presenza ebraica in Palestina.
Sono andato la prima volta in Israele nel 1961 e vi sono tornato innumerevoli volte. Ho avuto familiari in Israele e ho amici in Israele. Uno di essi ha combattuto nelle guerre del 1956, 1967 e 1973 ed è stato ferito in due di esse. Il distintivo che indosso viene da una decorazione sul campo a lui insignita, che mi ha regalato. Ho conosciuto la maggior parte dei primi ministri di Israele, a partire dal Primo ministro fondatore David Ben-Gurion. Golda Meir era mia amica, così come lo è stato Yigal Allon, vice primo ministro, che, da generale, conquistò il Negev per Israele nella guerra del 1948 per l’indipendenza.

I miei genitori vennero in Gran Bretagna come rifugiati provenienti dalla Polonia. La maggior parte dei loro familiari sono stati in seguito uccisi dai nazisti nell’olocausto. Mia nonna era a letto malata, quando i nazisti giunsero alla sua città natale, Staszow. Un soldato tedesco la uccise sparandole nel suo letto. Mia nonna non è morta per fornire la copertura ai soldati israeliani che ammazzano le nonne palestinesi a Gaza.
L’attuale governo israeliano sfrutta spietatamente e cinicamente il continuo senso di colpa tra i gentili per la strage degli ebrei nell’olocausto per giustificare la sua uccisione di palestinesi.

L’implicazione è che la vita degli ebrei sia preziosa, ma la vita dei palestinesi non conti. Su Sky News pochi giorni fa, al portavoce dell’esercito israeliano, il Maggiore Leibovich, è stato chiesto in merito all’uccisione da parte israeliana di, in quel momento, 800 palestinesi (il totale è ora di 1000). Ha risposto all’istante che «500 di questi erano militanti».

Questa era la risposta di un nazista.

Suppongo che gli ebrei che lottavano per la loro vita nel ghetto di Varsavia avrebbero potuto essere denigrati in quanto militanti.

Il ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, afferma che il suo governo non avrà rapporti con Hamas, perché sono terroristi. Il padre di Tzipi Livni era Eitan Livni, il capo delle operazioni dell’organizzazione terroristicaiIrgun Zvai Leumi, (it.wikipedia.org/wiki/Irgun_Zvai_Leumi) che ha organizzato l’attentato esplosivo dell’Hotel King David di Gerusalemme, in cui perirono 91 vittime, di cui quattro ebrei. Israele è stato partorito dal terrorismo ebraico.
Terroristi ebraici impiccarono due sergenti britannici e fecero esplodere i loro cadaveri.
Irgun, insieme con la banda terrorista Stern, nel 1948 massacrò 254 palestinesi nel villaggio di Deir Yassin (it.wikipedia.org/wiki/Deir_Yassin)
Oggi, gli attuale governanti israeliani indicano che sarebbero disposti, in circostanze per loro accettabili, a negoziare con il presidente palestinese Abbas, di al-Fatah. È troppo tardi per farlo. Essi avrebbero potuto negoziare con il precedente leader di al-Fatah, Yasser Arafat, che era un mio amico. Invece, lo assediarono in un bunker a Ramallah, dove lo visitai. A causa dei fallimenti di al-Fatah, a partire dalla morte di Arafat, Hamas ha vinto le elezioni palestinesi nel 2006. Hamas è una organizzazione sgradevolissima, ma è stata democraticamente eletta, ed è quel che passa il convento.
Il boicottaggio di Hamas, anche da parte del nostro governo, è stato un errore colpevole, dal quale sono derivate terribili conseguenze. Il grande ministro degli Esteri israeliano Abba Eban, con il quale ho fatto campagna per la pace da molte tribune, ha dichiarato: «Fate la pace se parlate con i vostri nemici.»Per quanti palestinesi gli israeliani possano uccidere a Gaza, non possono risolvere questo problema esistenziale con mezzi militari.
Quando e qualora i combattimenti finissero, ci sarebbero ancora un milione e mezzo di palestinesi a Gaza e altri due milioni e mezzo in Cisgiordania. Essi sono trattati alla stregua di immondizia da parte degli israeliani, con centinaia di blocchi stradali e con gli orrendi abitatori degli insediamenti ebraici illegali che li molestano.

Verrà il momento, non molto lontano da ora, in cui supereranno la popolazione ebraica in Israele. È giunto il momento per il nostro governo di render chiaro al governo israeliano che la sua condotta e la sua politica sono inaccettabili, e di imporre un divieto totale di esportare armi a Israele.
È l’ora della pace, ma la pace vera, non la soluzione attraverso il soggiogamento che è il vero obiettivo degli israeliani, ma che è impossibile per loro da raggiungere.
Essi non sono semplicemente dei criminali di guerra, sono stupidi

Gerald Kaufman

 

Fra quanti decenni verranno indette le giornate “Per non dimenticare” il genocidio del popolo palestinese? Fra quanti decenni le nostre coscienze si ripuliranno, battendosi il petto una volta l’anno, per la lenta morte di un intero popolo, cancellato dalla storia dai figli e dai nipoti di coloro che hanno subito gli orrori del nazismo?

Gino Di Costanzo