- itinerario del poeta dalle posizioni surrealiste all’impegno civile nel tragico 1940, data dell’occupazione nazista -
Paul Eluard – poesia ininterrotta – introduzione e traduzione di Franco Fortini, pp. XI-105, lire 1.500
di Nino Romeo
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Dalla assoluta autonomia della poesia rispetto all’avvenimento, secondo un più volte conclamato assioma surrealista, ad un far poesia come partecipazione delle pene degli uomini: questo, l’itinerario di Paul Eluard. Con Aragon e altri, nel periodo tragico della storia di Francia (1940), fu con coloro che difesero l’ “onore dei poeti”.
Usciti da un esausto conflitto tra il potere dello spirito e i condizionamenti della vita, i poeti surrealisti non potevano più limitarsi a denunciare l’assurdità del mondo; e, quindi, nei momenti più tragici della loro storia, dovettero risolvere ognuno per proprio conto quella antinomia. E allora: bastava, per i surrealisti, dichiararsi “agitatori dello spirito” e propugnare un concetto di rivoluzione inteso a creare “un misticismo di nuovo genere”, secondo una Dichiarazione del 27 gennaio del 1925 di Raymond Queneau?
Sul piano politico, essi temevano di concretizzare il loro ideale di “rivoluzione totale” assieme o a fianco degli “specialisti” della politica, come si diceva.
Apparve evidente che non era possibile speculare più a lungo sui dati dell’esperienza interna o sui risultati dell’ “automatismo psichico” – come teorizzava Breton. Il dilemma che si poneva era semplice: liberazione dello “spirito” che precede l’abolizione delle condizioni borghesi della vita materiale e indipendente da essa? oppure: abolizione delle condizioni borghesi come condizione necessaria della liberazione dello “spirito”? Una tale proposta critica veniva, nel 1926, da Pierre Naville, uno del gruppo di Breton. E’ l’inizio della crisi del movimento. Così, prima ancora dell’inizio dello scoppio della seconda guerra mondiale, si vennero definendo con maggiore chiarezza i rispettivi campi d’azione: da un lato, c’è chi, menando scandalo, volle identificare rivoluzione della letteratura e rivoluzione sociale (Eluard, appunto, Aragon e altri), chi, cioè, nasce poeta nel momento della catastrofe e sceglie la clandestinità; dall’altro, chi preferendo l’esilio si preoccupa solo di riunire le sparse forze del movimento surrealista, uscito piuttosto smerlato dal drammatico precipitare degli eventi bellici.
Dai campi inesplorati del “meraviglioso” si passò ai campi di una lotta senza quartiere al nazi-fascismo: era il “mondo reale” che chiamava il poeta a esaltare “i colori della Francia” in una ritrovata unità nazionale, come ebbe a dire Aragon.
Eluard, dopo la sua peraltro feconda stagione surrealista, fece la sua scelta. La Guerra di Spagna lo convinse ancor più che i poeti sono, come tutti gli uomini, “profondamente radicati nella vita comune”. Una poesia, la sua, che si ispira alla realtà dell’amore e che diventa, poi, secondo le circostanze, solidarietà verso gli uomini, canto di libertà che al nome della donna associa il sentimento comune di una presenza ben più grande: la liberazione della Francia dallo straniero.
Per una certa critica che non vuole compromettersi, ancora oggi, Eluard rimane solo “il poeta dell’amore”. Di che specie d’amore si tratti, bastano queste pagine di Poesia ininterrotta, dedicate a “coloro che leggeranno male e a coloro ai quali non piaceranno”, per fugare l’inconsistenza di simili dubbi; ma per ribadire, soprattutto, che Eluard non ha mai cessato di considerare la poesia come partecipazione del “mondo trasformato che abbiamo sognato”.
Simile a quelli che ama, Eluard ascrive a suo merito l’impegno a decomporre “gli alfabeti compilati / della storia delle morali” e a confidare al suo canto la sostanza non ambigua di una certezza immanente alle speranze degli uomini e al loro essere felici su questa terra. Non aveva egli forse cantato:
“Compagni minatori io ve lo dico qui
Questo mio canto è vano se voi non avete ragione” (?)
Una riedizione necessaria, questa Poesia ininterrotta.
***
Queste pagine io le dedico a coloro
che le leggeranno male e a coloro ai
quali non piaceranno
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(da pag 29 ultima strofa e seguenti fino a pag 45 dell’edizione della Bianca del 1948)
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Nulla da odiare né da perdonare
Nessun destino illustra a noi le tempie
Nella tempesta noi deboli siamo
L’ago ch’è più sensibile
Noi la ragione della tempesta oh immagine
E contatto perfetto
Nostro luogo è lo spazio
Nostro orizzonte è il tempo
.
Sassi su una via battuta
Erba come un ricordo incerto
Cielo coperto notte che presto discende
Qualche vetrina inaugura i suoi lumi
Porte forate finestre aperte
Sopra gente sbarrata
Un piccolo bar venduto e rivenduto
Apoteosi di cifre
Di noie di mani sporche
.
Un disastro profondo
Dove tutto è contato anche la tristezza
Anche la derisione
Anche la vergogna
E’ inutile il lamento
E’ idiota il riso
Il deserto di macchie s’allarga
Più che sopra un sudario
.
Gli occhi sono spariti gli uccelli volano bassi
Non c’è più rumore di passi
Il silenzio è come un fango
Per i progetti senza domani
E ecco un bambino grida
nella gabbia della sua noia
Un bambino rimescola cenere
Nulla di vivo si muove
.
Io certifico il reale
Io sto attento alle parole
Non voglio sbagliarmi voglio
Sapere di dove parto
éer serbare tanta speranza
Le origini mie sono lacrime
E fatica e dolore
E nessuna bellezza
E nessuna bontà
.
Il lamento di vivere e l’amore avvilito
M’han generato nella miseria
Come un murmure come un’ombra
Morranno sono già morti
Ma vivranno gloriosi
Arena nel cristallo
Suo malgrado nutriente
Più lucente che al sole
.
Il lamento di vivere
.
Ma io non ho lamenti
Più nero più pesante è il mio passato
Più leggero più limpido è il bambino che ero
E quello che sarò
La donna che proteggo
La donna che mi affida
Un’eterna fiducia
.
Come donna solitaria
Che disegni per parlare
Nel deserto
Per volere innanzi a sé
Tra delizie e capricci
Abbandoni e promesse
.
Semiaperta alla vita
Sempre orlata di azzurro
.
Come donna solitaria
Perché è stata l’una o l’altra
E ciascun elemento
.
Io saprò disegnare come le mani sposano
La forma del mio corpo
Io saprò disegnare come la luce penetra
Nel fondo dei miei occhi
.
E farà il mio calore distendere i colori
Sul letto delle notti
Sulla natura nuda dove occupo un luogo
Più grande dei miei sogni
.
Dove son sola e nuda e sono l’assoluto
Definitivo essere
.
La prima donna apparsa
Il primo uomo incontrato
Fuor del giuoco dov’eran confusi
Come dita d’una mano
.
E la prima donna estranea
Il primo uomo sconosciuto
Il primo dolore squisito
E il primo piacere panico
.
La prima differenza
Fra esseri fraterni
La prima somiglianza
Fra esseri dissimili
.
La prima neve vergine
Per un bimbo nato d’estate
Il primo latte alle labbra
D’un figlio di carne di sangue segreto
.
Rovi di rose e di spine
Strada di terra e di sassi
A cielo ardente cielo di cenere
A freddo intenso testa chiara
Roccia di pesi e di spalle
Lago di guizzi e di pesci
A giorno tristo bontà paziente
A mare immenso vela pesante
.
E scrivo per segnare gli anni e i giorni
L’ore e il tempo degli uomini
E le parti di un corpo comune
Che ha il suo mattino
Meriggio e mezzanotte
E di nuovo è mattino
Inevitabile adorno
Di forza e debolezza
Di bellezza d’orrore
Di riposo gradevole di luce miserevole
Di gloria provocata
.
D’un mattino che nacque da un sogno la potenza
Di guidare a buon fine la vita
I mattini passati futuri
Organizzando il disastro
Sperando dal fuoco la cenere
.
D’una casa le luci naturali
E i ponti sull’alba levati
D’un mattino carne nuova
Carne intatta tutta speranza
Dentro la casa come
.
Un ghiaccio che si scioglie
Della felicità impietosa lo sguardo
Gli occhi piantati forti sulle gambe
Nel vapore della salute
Felicità come regola
Come coltello spietato
Che taglia ogni cosa
Non la necessità
.
D’una famiglia il cuore rinchiuso
Inciso d’un nome qualunque
.
Di un riso la virtù come in un giuoco
Dove nessuno perde
E montagna e pianura
Esatte calcolate
Un dono contro un dono
Beatitudini nulle
.
D’un rogo le campane d’oro di lente palpebre
Su di un paesaggio infinito
Voliera dipinta nel cielo
D’un seno immaginario peso senza riserve
.
E d’un ventre accogliente pensiero irragionevole
E di un rogo le campane d’oro dai fondi occhi
Su un volto grave e puro
D’una voliera dipinta in celeste
Dove gli uccelli son spighe di grano
Che gettano ai poveri l’oro
Per Entrar prima nel nero
Nel silenzio dell’inverno
.
D’una via l’immagine
Che mi ha sfigurato
Per amor di tutti e tutte
Sconosciuti nella polvere
Solitudine mia assenza mia
.
D’una via senz’uscita
Né saluti
Vitale
E che pure ci consumi
Vietato anche l’incontro
.
Della stanchezza la bruma
Prolunga cenci e noie
Nel profondo del petto
Vuoto alle tempie spente
Crepuscolo delle arterie
.
Della felicità la veduta chimerica
Come all’orlo di un baratro
Quando una grossa bolla
Bianca vi esplode in testa
E libero è inutilmente il cuore
Ma di quella che fu gioia promessa
E che per due s’inizia
Già la prima parola
E’ confidente ritornello è contro
La fame e la paura
Un segno di raccolta
.
D’una mano composta per me
E cosa importa se sia debole
Questa mano raddoppia la mia
Per legar tutto liberare tutto
E addormentarmi e risvegliarmi
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E di un bacio la notte di grandi umani rapporti
Un corpo accanto a un altro corpo
Notte di grandi rapporti terrestri
Notte nata dalla tua bocca
Notte ove nulla si separa
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gianni montieri
11 giugno 2012
grazie nat
natàlia castaldi
11 giugno 2012
a te. :)