Ripartizione della Volta – poesie di Daniele Bellomi
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da nistagmi: tre movimenti degli occhi
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ABCDEFGHILMNOPQRl’immagine che si gradina, si sgrana,
rimuove la sfocatura
ABCDEFGHILMNOPQRnon vi serve a costruire:ABCDEFGFDosservate
direttamente
ABCDEFGHILdai vostri occhi il movimento accidentale,EDEil rumore
casuale,
ABCDEFoccidentale delle fibre, il reticoloABCDABCDEFGFGcolpevole,
occhi e carne,ABCDEFGHILil montaggio finale
ABCDEFche squassa via i semi e il cristallino:
ABCDEFGHILMNOPQR
le persone sono sconosciute, quelleABCDEFGHILMNOPQRSdi anni fa;
ABCDEFGHILMNOPQRSSCHUJILASguardale ballare
serenamente, rivedile comeABCDEFGHILMNOPQRABCDEFsono ora,
ABCDEFGHILMNOPQRFGTTprova a riconoscerle
per la pellicola che saltaABCDEFGHILMNOPQRJUe ritrasmette
in successione, si scansa ABCDEFGHILMNOPQRABCDEFGSSSHsulla pista, prova
ABCDEFGHILMNOPQR
a riconoscersi come noiSSSSil tramiteABCDEFGHILMNOPQRDè il divano, la fissazione
in uno schermo;
ABCDEFGHILMa cose passate, a cose cheABCDEFGHILMNOPQnon sappiamo quando
ritornare: ripetile ancora ABCDEFGHILMNOPQRABCDEFGHILMNOPQRDse non puoi
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da altre oscillazioni
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niente è come accorgersi
Niente è come accorgersIche fino a quando | per quanto
i tentativi fatti in ogni direzione
I tentativi fatti in ogni direzionEnon siano abbastanza
nemmeno quanto fatto
Nemmeno quanto fattOsempre per il meglio
possibile rimane per noi | dopo di noi
e non è la vista di una linea
E non è la vista di una lineAcome è data
o nemmeno questo immaginare
AHYEBYDGYABEDYGA
quello che accadrebbeABDEFGHIse ogni flusso si fermasse
AHYEBYDGYABEDYGA
se ogni canto interrotto
Se ogni canto interrottOriprendesse nella fibra di ciascun
oggetto in aria
Oggetto in ariAlanciato contro l’ordine delle cose
oppure semplicemente | nient’altro
Oppure semplicemente | nient’altrOse si è pronti
a fare di tutto per riprendere | ritornare
A fare di tutto per riprendere | ritornarEa tracciare
la linea la stessa traiettoria
La linea la stessa traiettoriAè quello che si lancia
la mano serve al tragitto
ABCDEFGHILMNOPQRST
al solo tragittoABCDEFGHILMNOLPEOIJOche risparmiano i vuoti
ADEOIJ SOIEJMOEISJFMOIJE
e quindi questo non è un invito
E quindi questo non è un invitOa lanciare tutto quello
che ti viene a tiro sedie
Che ti viene a tiro sediEsassi scarpe nemmeno le parole
ma a guardare cosa accade
Ma a guardare cosa accadEse davvero accade se c’è
abbastanza spazio per lanciare
Abbastanza spazio per lanciarEqualsiasi cosa o invece
è meglio una mano tirata
R meglio una mano tiratAindietro | un passo che cade
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da mediante omissione: sette unità abitative
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primo e quindi meglio perché saranno gli ultimi a non avere
corsa a dover rifiatare dopo l’ispezione togliendoAAAAAAAla corrente
prima di uscire vedendo come la stanza assorbe spazi torna
ABCDEFGHILMNOPQRSTUVZLMNOPQRSTUVZLMNEAIJIEDAJOJIIIIAindietro
si rivolge all’interno gira verso quel muro messo a destra allo scopo
di essere dimenticato e che pure ristruttura il luogo portando
una profondità atterritaABLCENAEIJOè così che la stanza si rimuove
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rimuove se stesso dall’incarico gira l’angolo e arriva a casa
adesso è tentato di violare le planimetrie le unitàAGYADEabitative
perché così dopotutto ogni vita rimarrebbe librandosi
ONADAOEIJDO AIJDMOAJDMOAIJ AEOIJC OAJIOAIEJMCOAIJCOdalla finestra
capisce che nemmeno quello è sufficiente a guardare come
l’affermazione piega in due come la negazione divide la stanza
in parti che non combacerannoAOIJOIJOaltrove non la si attraversa
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luce che vai via e che dalle finestre passi al tuo soffitto nero
ai cerchi bianchi mossi per successioni e soste poiOAW9RWagli occhi
cerchiati più della luce il capello sfibrato che traspare
OAW9RW4R98U4R4WOAW9RW4R98U4R4WOAW9Rdentro
la stanza c’è un vento che non si lascia indietro nessuno
tocca tutti e fa vedere come si armano le cose come ci vengono
incontro per averci e purtroppoOAW9RW4R98Unon basta chiudere le imposte
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Questa impropria matrice
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cos’è quella cosa che se sta – immobile matrice – che permane squarciata in mezzo al ghiaccio – tiene una scia – riprende il largo – va a schiantarsi nuovamente – macerie che sorvolano un mare steso – appannato – ridotto a un filo che si estrae in superficie – come fa a restare sola – nell’alveo della propria noia – incapsulata – priva del guscio – dei flussi d’acqua costanti – al limite del rilievo – come denuncia scarto integrale – non somma che patisce l’intervallo o il calcolo – un collasso che rimane chiuso e limitato – penso a quanto ci limitano gli spazi – i metri delle incognite – il vertice che non conosco – penso a quanto si rimane con la fronte volta – alla distanza fra le due – considero con precisione le scie delle acque – che ora non sono più i flutti e nemmeno i fiumi rimasti intatti o dispersi – inviandosi segnali la notte – per accertarsi di consistere in acque – di poter volgersi verso – pregando un restauro dei flussi in direzione opposta – e se la somma precede l’altra somma – rimane minore o peggio uguale – costante – visibile soltanto al fondo – inghiotte sabbia di ogni tempo – crea un coagulo di stalattiti – oscilla verso l’alto – ed è così apparente la lesione – che rimane come sbrego nel suo esistere – contati gli sbalzi – nella certezza di un unico sistema indivisibile – ritorna intatta al proprio insieme vuoto – così una cosa impropria che rimane – torna a darci aiuto – svela il soffitto – la posizione della sorgente – la nostra abitudine a risalire in direzione contraria – quando è il verso a doverci preoccupare – che non si opponga al rumore – apparente e torrenziale – o al silenzio marino – ma che in definitiva continui a scorrere con la precisione della scia – prendendo il largo – verso i relitti dei fondali – nell’acqua stesa – resa piana – non più in grado di piegarsi – che di continuo scivola dalle mani ai pendii – questa pendenza che non si svela – che resta assente – per il solo fatto di risorgere
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Daniele Bellomi è nato il 31 dicembre 1988 a Monza, dove vive. È iscritto al corso di laurea magistrale in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano. Nel periodo 2010-2011 ha seguito il Corso di Poesia Integrata sotto la direzione di Biagio Cepollaro. È co-fondatore (insieme a Manuel Micaletto) del blog e progetto plan de clivage, incentrato su poesia, scritture non-narrative in prosa e asemic writing: è inoltre autore di asemic-net e fa parte del blog di ricerca eexxiitt. Nel 2011 pubblica gli e-book Per forza di cose (prose non-narrative) su «GAMMM» e La testa (poesie) per plan de clivage, auto-prodotto. Suoi testi sono apparsi altrove online su «Poesia da fare», «Niederngasse», «Nazione Indiana» e «Lettere Grosse».





natàlia castaldi
4 maggio 2012
piaciutissime.
fabio teti
4 maggio 2012
proprio ieri, nel post qui accanto, Attolico invitava i ‘giovani poeti’ a imparare qualcosa da Adriano Spatola. Bellomi, a differenza di molti suoi coetanei dediti a un ‘innamoramento’ di ritorno, la lezione spatoliana, specie in merito a quella che con Pareyson possiamo chiamare “formatività” (“Solo quando l’invenzione del modo di fare è simultanea al fare si hanno le condizioni per una qualsiasi formazione: la formazione deve inventare la propria regola nell’atto che, eseguendo, già l’applica”, scriveva negli anni ’50), l’ha appresa benissimo. Sa che la poesia *conosce* anche e innanzitutto a partire dalle proprie strutture formative, e che queste non possono ridursi a momento formalistico, ma sono anzi, anche in senso maieutico, il primo e indispensabile ‘momento contenutistico’. Dalla selezione qui presentata questo elemento non è chiaro fino in fondo, giacché non si riesce a vedere come Bellomi, stimolata una forma-contenuto, sappia poi necessitarla in una riproposizione della stessa, o meglio dei vincoli della stessa – dei “diversi accorgimenti”, quasi à la Spatola appunto – riuscendo contemporaneamente a tenersi lontano sia dai pericoli del serialismo in senso stretto (nessun “rejectio fati”, per dirla con Gunther Anders) sia dalla allegra proposta di una ‘unicità’ e irreplicabilità e inverificabilità testuale che, se impugnata con serenità e senza sgomento, può divenire in un istante un vero paradiso di irresponsabilità testuale.
Leggo i suoi testi ormai da un annetto; ed è sempre estremamente rigenerante e istruttivo. Grazie a Luciano per averli proposti anche qui,
e un saluto a tutti,
f.
Daniele Bellomi
5 maggio 2012
Ringrazio sia Natàlia Castaldi che il sempre ottimo (e presente) Fabio Teti.
Nel suo intervento, Teti coglie un aspetto che, per questa “serie”, ritengo nodale nell’attività di “composizione del testo”, giusto per parafrasare il sopra-citato (e “sopra-pubblicato”) Adriano Spatola: la ricorrenza interna degli elementi, sia essa insistita o meno, come momento formativo del e nel testo (senza che si debba far riferimento al concetto di “creatività”, parola equivoca e in decrescita semantica; troppo blanda, ormai, per essere usata parlando di poesia).
Non per forza si voleva che ciò fosse chiaro in questa selezione (Luciano avrà dovuto scegliere un numero preciso di testi che, va detto, gli hanno sicuramente creato problemi di formattazione di cui mi scuso io con voi): posso dire anche che, al momento attuale, sto “lavorando” su altri testi per cambiare questo genere di ricorrenze; comportandomi dunque, con le poesie, in maniera nient’affatto opposta ma semplicemente diversa.
Per contrasto mi fa invece piacere che Luciano, in privato, abbia fatto osservazioni su un piano molto diverso, notando che non manca, internamente alla selezione, un certo grado di “liricità”: parola molto difficile da usare fuori da un contesto di riduzione del dettato poetico a extrema ratio di una volontà di “posizione delle cose” monodirezionale e, a volte, un po’ troppo prevedibile. Trovo che, per ciò stesso, la scrittura, se scrittura lo è per davvero e non gioca sul filo del rasoio manierista, non possa mai essere “fredda”: bello che si riesca a riconoscere questa intensità fuori da un dettato che fa di tutto per cercarla in sé e per sé.
Per concludere, mi fa molto piacere che in questo bel luogo di scritture ci siano testi, scritti tra la fine del 2010 e del 2011, a cui sono molto legato. Spero che possano essere apprezzati e criticati allo stesso modo. E’ così che credo debba essere.
Un saluto,
Daniele
fabio teti
5 maggio 2012
caro Daniele,
penso che la ‘freddezza’, di cui spesso si parla in merito di una certa famiglia di scritture, che poi famiglia neanche è, sia una categoria abbastanza povera e tutto sommato prestata all’ideologia o culto di una sorgività mitopoetica che finge naturalezza là dove non può esserci che artificio e letterarietà, e che misura “calore” e “intensità” di un testo a partire da presupposti del tutto idiosincratici, quando non ingenuamente letterali. C’è sempre (sempre) intensità là dove è in atto, nel testo, un tentativo di conoscenza, e non invece un’estetizzazione di contenuti e conoscenze già date, siano esse esperenziali, sentimentali, teorico-critiche, è indifferente. Sono d’accordo con ciò che dici, dunque, anche in merito alla “liricità” (servirebbero ulteriori virgolette), che è poi una categoria o concetto che tendo a non utilizzare perché mi sembra anch’essa prestata a dualismi e ipostatizzazioni che nessun apporto concreto forniscono alla comprensione e conoscenza di un testo. mi premeva allora mettere l’accento sulla questione “formale” perché mi pare che la tua scrittura, come poche altre (almeno guardando all’attuale panorama degli “esordienti”) ponga con forza alcune questioni che di solito si tende ad ignorare, soprattutto quella tra ‘autogenesi’, per dir così, della forma, e sua interrogazione necessitante: al di là di ogni spaccio di ‘libertà’ destoricizzate, così come di ogni illusione che forma e contenuto siano elementi reciprocamente indifferenti.
Un abbraccio,
f.