Su DIECIDITA di Jacopo Ninni

Pubblicato il 16 luglio 2011 di

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Ho briciole per terra per perderci nei sogni
Dita fragili per conservarci appesi ad ogni attesa
Una ferita gelida per ricordarci ad ogni fine
Un bicchiere rotto, per annegarci ad ogni nuovo inizio
(da “712010”)

Ti sembreranno poche 10 dita
A contare nelle sere quelle stelle e
al meriggio, ogni fiore del tuo bosco.
(da “10 dita”)

Dietro la fragilità di diecidita, dietro parole pronunciate sottovoce, lavora con pazienza un seme di tenacia. In diecidita, in una piccola porzione di corpo, si concentra la forza necessaria per tenersi aggrappati al mondo. Come le mani di uno scalatore, i versi di Jacopo Ninni afferrano la roccia e la tengono stretta, nonostante la perdita, la mancanza. C’è una piccola parte che resiste, si attacca alla memoria, alle persone che rimangono, alle cose di tutti i giorni (Le carte ancora in tavola / Urla di bimbi nei cortili / un bicchiere, le briciole sul tavolo).


Appesa tra abisso e salvezza, in bilico sul vuoto (Temono di perdere il controllo della sponda. / Io mi ci siedo spesso, lo sai bene), la parola prende forma, diventa preghiera, invocazione, talvolta imprecazione.

E’ quasi inconsapevole questo tenersi, non è esplicita determinazione quella che impedisce  di chiudere gli occhi e di lasciarsi andare, ma necessità, urgenza di mantenere vivo il ricordo. Le diecidita di Jacopo Ninni, a dispetto di tutto, raccolgono il dolore e lo trasformano in parola, evocando suoni, colori, odori, ferite e fatiche. La poesia diventa così una lenta ma ostinata risalita, nutrita dal coraggio degli affetti, nel nome della memoria.

Stefania Crozzoletti

qui alcuni testi e OUTro di Alessandra Pigliaru

qui la prefazione di Natàlia Castaldi